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RAGUSA - 11/09/2012
Attualità - Nei meandri dell’evasione fiscale e degli strumenti di legge per combatterla

Chi ha paura della verifica fiscale? Basta dimostrare!

I nuovi poteri di controllo affidati all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza

Tra le misure finalizzate al contrasto all’evasione fiscale, l’autorità politica ha introdotto importanti novità in tema di indagini finanziarie, e gli interventi operati si inquadrano in un processo, per la verità già in atto da alcuni anni, volto ad accrescere sempre più l’incisività dello specifico strumento istruttorio. Tappe fondamentali di tale evoluzione sono costituite, in primis, dalle norme della Legge Finanziaria per il 2005 che hanno rivisitato gli artt. 32 del D.P.R. n. 600/1973 e 51 del D.P.R. n. 633/1972, attraverso l’ampliamento della platea dei soggetti detentori del potere di autorizzazione alle indagini, dell’ambito oggettivo e soggettivo di operatività delle stesse, dell’estensione delle presunzioni relative ai movimenti bancari dei professionisti e mediante la contrazione dei tempi di risposta alle richieste dell’Amministrazione Finanziaria.

E’ questo il panorama normativo cui si attengono nell’esercizio dei poteri di controllo gli Uffici ispettivi dello Stato: Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, cui la Legge conferisce particolari e più incisivi poteri in materia di controllo sui principali tributi, con particolare riferimento alle dichiarazioni dei redditi e dell’Iva. In buona sostanza, l’Autorità politica, ritenendo che la «ricchezza dichiarata» dei professionisti e lavoratori autonomi in genere non sempre appare congrua e coerente con la «ricchezza apparente», ha apportato delle modifiche più stringenti in tema di determinazione del reddito, aspetto che interessa anche l’ambito delle presunzioni di movimenti bancari interessanti l’esercizio di attività svolto. La verifica fiscale che viene condotta nei confronti del professionista/lavoratore autonomo, quindi, si presenta più penetrante in quanto il legislatore ha statuito che «salvo la prova contraria» i movimenti bancari che non trovano oggettiva giustificazione con le risultanze della contabilità vengono assunti a presunzioni di reddito e di Iva, appunto perché non sono stati forniti agli organi ispettivi (Agenzia delle Entrate e/o Guardia di Finanza) idonee giustificazioni e/o chiarimenti da parte della persona o dell’ente sottoposto a verifica.

In estrema sintesi, il ragionamento che supporta la presunzione normativa risiede nella considerazione che il contribuente-professionista non è stato leale (cioè onesto, sincero) con l’Erario, che controbilancia la risposta con norme, mezzi e modalità indirizzate a inficiare la dichiarazione annuale dei redditi da egli presentata, appalesante in tutto o in parte una ricchezza non rispondente alla realtà dichiarativa veicolata ai fini del pagamento delle imposte. Ma affinché gli organi ispettivi pervengano alle considerazioni che formeranno oggetto di presunzioni per la mancanza di chiarezza e sincerità, le norme che regolano la materia delle indagini finanziarie pedissequamente disciplinano i momenti che costituiranno base alle presunzioni, che non significa affatto libertà di apprezzamento senza limiti da parte del verificatore. In tal senso, una delle modalità di difesa che la norma conferisce al contribuente-professionista, ciò per allontanare le presunzioni fiscali dalla dichiarazione dei redditi da egli prodotta, si rinviene nella legge 212/2000 intitolata «Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente», norma generale cui le disposizioni anche in materia di movimenti bancari si informano. Fra le disposizioni, una modalità di chiara manifestazione di rispetto delle parti e di democrazia partecipativa all’accertamento fiscale la si rinviene nel preventivo contraddittorio che si instaura tra i verificatori (Agenzia delle Entrate e/o Guardia di Finanza), fase in cui il professionista, scevro da omertà fiscale o paure ataviche, partecipa con serenità alla lettura del proprio conto bancario, rispondendo, chiarendo, esibendo documenti e supportando oggettive argomentazioni alle considerazioni fiscali che i verificatori manifesteranno di volta in volta.

Pertanto, se non sia ha nulla da nascondere, che senso dare al patema d’animo che coglie il contribuente allorché gli viene richiesto di chiarire o giustificare taluni movimenti di banca? Per essere ancor più chiaro: se nel conto banca sono riportati movimenti che possono essere serenamente giustificati con le fatture e ricevute emesse, e serenamente dimostrare ai verificatori che tali movimenti sono stati tenuti in considerazione, in tutto o in parte, per la stesura della dichiarazione dei redditi che è stata presentata, per quale motivo in tale fase io contribuente non partecipo a rendere chiara e trasparente la mia posizione fiscale, invece che rinviare ad altra sede (esempio: Commissione Tributaria) le giustificazioni richieste e non prodotte durante la verifica fiscale? In sincerità, tutto ciò non appare anomalo? E’ da tener presente che l’istituto del contraddittorio è un principio di garanzia e di giustizia che non permette di subire passivamente un’accusa; anzi, il contraddittorio fiscale offre la possibilità al contribuente di partecipare democraticamente alla formazione dell’oggettivo convincimento dei verificatori, allorché questi «stralceranno» quei movimenti bancari (dei quali è stata richiesta eventuale singola spiegazione) dalle situazioni fiscali rilevanti per la determinazione del reddito da imputare al contribuente-professionista.

Per la Guardia di Finanza, in particolar modo, la fase del preventivo contraddittorio non è obbligatoria, nel senso che le presunzioni cui i finanzieri possono addivenire non li obbligano all’avvio di tale preventivo incontro col contribuente, ciò in ragione del fatto che la documentazione e gli elementi acquisiti in sede di controllo devono essere analizzati a cura dell’organo procedente al fine di verificare se le movimentazioni finanziarie attive o passive siano coerenti con la complessiva capacità contributiva del soggetto sottoposto al controllo. Dunque, una volta esaurita la fase di acquisizione dei dati bancari segue quella di utilizzo degli stessi. La norma stabilisce che sul contribuente incombe l’onere di dimostrare che le singole movimentazioni bancarie rispecchino quanto già dichiarato al Fisco, ovvero che le stesse non rilevino ai fini dell’accertamento nei suoi confronti, fornendo in tal modo, in sede precontenziosa (cioè nel corso della verifica), la prova contraria alla presunzione. La prova consiste nella ricostruzione (cioè nella giustificazione) del rapporto sottostante al singolo incremento o decremento finanziario risultante dall’estratto conto.

Questa prova (cioè il dare corpo alla giustificazione) può essere fornita per iscritto, attraverso la stessa causale riportata sul documento bancario riepilogativo, o mediante giustificazioni ammissibili nel caso di movimenti per contanti. Vero è anche che il professionista (come qualsiasi contribuente) può non aderire per libera scelta di convenienza del diritto di difesa alla fase precontenziosa del contraddittorio, ma non per questo egli deve intaccare l’operato di chi ha rispettato le norme, inficiando le conclusioni cui sono pervenuti i verificatori, sulla base dei dati loro forniti o dati non forniti. D’altronde, per essere chiari, mi rendo conto che è scostante parlare di lealtà dichiarativa e non sempre agevole appare il dover fornire una motivazione credibile a una risposta legittima. Spesse volte si rifugge nell’indicare «che l’erba del vicino è sempre più verde o che la polvere non trova luogo in casa propria…», ma prima o poi dovremo fornire una risposta convincente del nostro operato, risposta e comportamento che fondamentalmente ci qualificano. Per rimanere ancorato sul terreno che meglio conosco, la Guardia di Finanza effettua quasi quotidianamente indagini finanziarie per contrastare l’evasione fiscale, attenzione che si rivolge ai piccoli, medi e grandi contribuenti: contribuenti noti e meno noti, persone incensurate o con precedenti, ditte individuali o società e nei confronti di tutti vige il rispetto della norma che legittima il servizio. A volte viene veramente difficile comprendere le ragioni singolarmente addotte, ove si tenga conto dell’uniformità di applicazione delle esistenti regole, sia nei confronti del più piccolo, che del più grande.

* Ufficiale della Guardia di Finanza


La fine del secondo lavoro in nero
12/09/2012 | 11.57.47
Gianni

Questa misura spero contrasti il fenomeno del secondo lavoro in nero. Speriamo si domostri un efficace deterrente.