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RAGUSA - 24/06/2012
Attualità - Viaggio nel mondo criminale internazionale

Da «Cosa nostra» alle «Piovre» degli altri continenti

«Triadi cinesi», «Cartelli Colombiani», «Yakuza giapponese», «Cosa Nostra» e «Cartelli colombiani», tutte le regole evolutive delle onorate società del mondo

Di Salvatore Cannizzo *
Dopo l’analisi sulle mafie italiane, Cosa nostra, Ndrangheta e Sacra corona unita, le mafie internazionali non sono meno pericolose per il contesto economico sano. Entriamo nel mondo del malaffare organizzato delle delinquenze cinesi, giapponesi, americane e colombiane.

Le «Triadi» cinesi
Più di ogni altra organizzazione criminale, quella cinese si nutre del potere sacro-magico del numero «Tre». Infatti, il triangolo è la figura geometrica di riferimento e la tradizione culturale affonda le radici nel confucianesimo. La leggenda colloca le origini delle Triadi (cielo, terra, acqua, simbolismo babilonese della triade divina Amun, Bel, Ea) a quelle società segrete indietro nel tempo, fino a retrodatarle addirittura al 21° secolo a.C. Ma il riferimento più degno di nota individua nel 1674 la vicenda storica dei monaci buddisti, che fondarono le prime triadi in opposizione all’oppressore Minciù. I cinque monaci buddisti sopravvissuti si separarono dando origine a cinque diverse logge in altrettante province della Cina, allo scopo di allargare il fronte di opposizione alla dinastia Minciù, agendo da società segrete. Ancora oggi, in Cina, è in uso nella cerimonia di iniziazione degli adepti la «tradizione dei cinque antenati».

Al pari della siciliana «Cosa Nostra», il rito solenne, lungo, mistico ed elaborato, prevede che l’adepto mescoli il proprio sangue a quello degli altri confratelli, bucandosi un dito. Con l’avvento nel 1949 del comunismo cinese, le Triadi si stabilirono a Hong Kong e in Taiwan. Oggi, le attività delle Triadi sono certamente meno nobili rispetto a quelle tramandate dalla leggenda. Esse sono tra le più pericolose e perniciose organizzazioni criminali asiatici, con un processo di diffusione molto elevato in America e in Europa. Il modello organizzativo della criminalità cinese è improntato su un vertice, dal quale dipendono un numero variabile di Tong (associazioni) a carattere protettivo, quasi di mutuo soccorso. Infatti, la loro presenza origina e si ramifica alla fine dell’ottocento in America, dove i cinesi fondarono le prime Tong allo scopo di supplire alla mancanza di servizi sociali, supportare i connazionali immigrati, tutelare la propria cultura e tradizione. Come la mafia siciliana, le Triadi svolgono un fattore suppletivo rispetto allo Stato, considerato assente o anche nemico, in una visione di matrice medievale che poggia sulla disuguaglianza tra protettore e protetto. Anche se nella Repubblica Popolare Cinese le Triadi furono momentaneamente combattute e sconfitte, in particolar modo nel 1978, coincidente con l’inizio delle riforme economiche, ri-inizia la loro influenza ed espansione a Hong Kong e nella Cina meridionale.

Il culmine della loro popolarità avviene nel 1984 con Deng Xiao Ping, il quale sostenne che… «non tutte le società segrete sono da condannare…» e che talune, addirittura sarebbero patriottiche. Sorse il sospetto che il Segretario del più grande partito comunista al mondo si sia comportato con le Triadi come ebbe a comportarsi il Piemonte Sabaudo nel 1860 nei confronti della mafia siciliana e della camorra napoletana: strumenti per favorire il controllo sociale durante il processo di unificazione! Anche se a tutt’oggi manca uno studio esaustivo del fenomeno delle Triadi, una cosa comunque è certa, gli affiliati non soddisfatti del rapporto col loro capo possono transitare da una organizzazione all’altra e utilizzarla per propri fini personali. Circostanza, questa, certamente inammissibile nel mondo di Cosa Nostra. In Italia, causa la forte presenza di mafie indigene, gli spazi di infiltrazione criminale sul territorio sono abbastanza contenute, se si esclude l’esistenza di rapporti commerciali con i «Corleonesi», giustificati da ragioni connesse alla raffinazione dell’eroina, per cause di affermazione giudiziaria che hanno interessato tale famiglia. Di certo è che la presenza delle Triadi sia sul territorio italiano, che su quello francese e olandese, non è aprioristicamente escludibile e perciò costantemente monitorata, non foss’altro per la capacità di gestire, come in passato, i flussi migratori dei connazionali irregolari.

La «Yakuza» giapponese
L’idea che tutti noi abbiamo del Giappone è quella di riconoscere...al paese dei fiori di Loto …un’organizzazione sociale ed economica fortemente tecnologica ed efficiente. Nel 1995 questo ritratto ha subito un contraccolpo devastante, in conseguenza del terribile terremoto che il 17 gennaio si abbattè sulla cittadina di Kobe. L’evento sismico mise a nudo tragiche conseguenze: una corruzione diffusa nel settore delle costruzioni che causò oltre 5 mila morti, per colpa di case e palazzi crollati come castelli di carte. Paradossalmente, per mezzo del terremoto il Giappone prese coscienza che la sua società era intrisa di mafiosità. Le origini della Yakuza si fanno risalire al medioevo, e la parola deriva dalla sequenza di 3 numeri ( 8 - 9 – 3, che si pronunciano Ya – Ku –Za), corrispondenti al punteggio più basso di un gioco chiamato «hanafuda». E’ la combinazione numerica che si ascrive alle persone perdenti, alla gente senza valore, che al tempo erano i venditori ambulanti e i giocatori d’azzardo. Gruppi emarginati che componevano la criminalità comune, i cui adepti venivano reclutati anche per forme di discriminazione culturale e per motivi religiosi. Altra linea di pensiero argomenta origini nobili della Yakuza, in coincidenza alla caduta del sistema feudale nipponico nell’ottocento, ritenendo che taluni samurai sarebbero divenuti banditi allo scopo di prendere ai ricchi per dare ai poveri; una sorta di Robin Hood dagli occhi a mandorla. Anche a voler riconoscere alla Yakuza un’origine ricca di nobili intenti, il punto è che nell’attualità dei nostri giorni la mafia nipponica è una delle più agguerrite consorterie criminali, specializzata nel riciclaggio, nelle speculazioni finanziarie e immobiliari, nel commercio degli stupefacenti e nella pornografia, potendo contare su appoggi politici di primo piano.

Il modello organizzativo è di tipo verticistico, intriso di obbedienza e fedeltà assoluta al capo; non sono ammessi errori, chi sbaglia paga, autopunendosi col taglio della falange del mignolo. Questo particolare rito individua il pentimento e la sottomissione ancor più assoluta, consuetudine autopunitiva risalente agli antichi «bakuto», oggi sempre meno praticata. Il processo di affiliazione è improntato al più rigoroso rito sociale e l’organizzazione criminale ammette al suo interno solo ed esclusivamente giapponesi. Negli ultimi anni questo particolare modello verticistico si è evoluto a livello federativo, cioè alleanze fra gruppi criminali, titolari di specificità e competenze, avvicinandosi al modello siciliano. L’evoluzione della mafia nipponica ha così inquinato il campo della politica e dell’economia, da una parte attraverso finanziamenti elettorali, e dall’altra mediante complicati investimenti e reimpieghi di ingenti risorse finanziarie nel settore immobiliare e azionario. La dimensione internazionale dell’impresa criminale della Yakuza è riconosciuta anche da Cosa Nostra, che ne ammette la supremazia in tema di affari pornografici, gioco d’azzardo e speculazioni finanziarie.

«La Cosa Nostra» americana
Gli Stati Uniti d’America sono società multirazziale, l’economia è ispirata al puro liberismo e notevoli sono le opportunità nel «creare e fare impresa». In tema di criminalità organizzata un dato è comune a tutte le consorterie: la collusione col potere politico e con gli organi di polizia. Questo spaccato di modello sociale americano è stato oggetto anche di pellicole suggestive, da «Il Padrino» a «C’era una volta in America», attraverso le quali sono state descritte imprese criminali a modello verticistico, con incarichi violenti o più pericolosi destinati alla manovalanza. La regola che teneva coeso il gruppo consisteva nel «chi tradisce è un uomo morto». E’ con l’esplosione della seconda guerra mondiale e successivo dopoguerra che, dal lato organizzativo, la mafia americana compie il salto di qualità, raggiungendo livelli alti di imprenditoria criminale rivolti sia alla costituzione di attività lecite (riciclaggio e reimpiego), sia alla conquista di mercati illeciti. Dal dopoguerra in poi, La Cosa Nostra assomiglierà sempre più a «Giano bifronte», caratteristica che maggiormente si attaglia alla più famosa e diffusa mafia criminale americana. Seppur aperta a stringere alleanze per la buona conclusione di specifici affari con la mafia russa ed euroasiatica, Lcn non rompe mai il suo legame di ferro con la mafia siciliana, sua «madrina», cui si ispira nella struttura della «famiglia», fino a imprimerne il requisito della sicilianità quale condizione per farne parte. L’uomo d’onore a capo della famiglia è similare al presidente di una holding: gode di elevata redditività, gestisce l’organizzazione, controlla pezzi di politica e governa gli eventi dell’impresa criminale, che risulta composta da contabili, avvocati, esperti di finanza, esperti di telecomunicazioni e processi informatici ed elettronici. Insediatasi nella vita politico-amministrativa ed economica di molte fra le più importanti città americane, Lcn ha sempre esercitato forti condizionamenti sui politici e nei gangli del sindacato, anche attraverso la corruttela delle autorità.

I «Cartelli colombiani»
La principale forma di ricchezza della criminalità colombiana è rappresentata dal commercio di cocaina; infatti sono centinaia le tonnellate che prendono la via del centro-nord americano, dell’Europa, dell’Africa. Decine di ettari di fertile terra vengono utilizzati per la coltivazione della «amapola», il papavero da oppio, che costituisce la forza economica dei cartelli colombiani, attraverso il cui commercio misurano l’efficienza imprenditoriale criminale e la consistenza del gruppo, elementi necessari per controllare i laboratori di raffinazione, spesse volte situati nelle «fincas» (fattorie) dei paesi limitrofi. I gruppi dei cartelli colombiani operano ormai da decenni in un contesto socio-politico loro molto favorevole, per ragioni di precarietà politica. Il «Cartello» indica l’accordo tra produttori di droga, funzionale per evitare la concorrenza dannosa e, conseguentemente, controllare i prezzi sul mercato. La visione può apparire, a prima vista, riduttiva, se non si tiene conto che i principali cartelli colombiani costituiscono una sorta di organismo confederale che consente una propria autonomia, riconoscendo di volta in volta la supremazia di un cartello sull’altro, sempreché gli interessi coincidono col patto stipulato. Il modello organizzativo del cartello è anch’esso di tipo federale, dove i componenti godono di margini d’iniziativa. Il cartello risulta così assai mutevole e dinamico, con una costante variabilità dei ruoli e delle alleanze, il che rende difficili agli organi di polizia scoprire e sgominare i livelli più alti della struttura. Invero, l’estrema fluidità delle connessioni favorisce il ricorso alle degenerazioni dei rapporti, dando origine a vendette ed esecuzioni anche all’interno del cartello.

Per comprendere il radicamento sociale dei «cartelli colombiani» non può non farsi riferimento alla «Apuntada», usata ancora oggi in America latina. Si tratta di una sorta di investimento finanziario pro-quota che l’organizzazione propone a persone estranee al gruppo, senza implicazioni e ruoli nella struttura. Da una parte, il gruppo raccoglie massa finanziaria da investire nel commercio della droga; gli aderenti alla «Apuntada» riceveranno, alla conclusione del buon fine dell’affare, il raddoppio della quota di adesione. In buona sostanza, il doppio della «puntata» singolarmente effettuata. Il meccanismo è consolidato e ben oleato e offre notevoli garanzie al «Cartello»: massima omertà nelle comuni persone, necessaria per evitare soffiate agli organi investigativi e la possibile conflittualità con altri gruppi.

E’ un lavoro di filiera abbastanza curato nei suoi minimi particolari, ove si tenga conto che i processi di lavoro partono dalla semina, coltivazione e raccolta, successiva lavorazione, raffinazione e collocazione sul mercato di sbocco. La conclusione del singolo affare consente al «Cartello», successivamente alla soddisfazione dei comuni azionisti, di procedere al delicato aspetto dell’emersione della ricchezza prodottasi e il problema del riciclaggio prende posto attraverso acquisti interni e internazionali di natura immobiliare, all’acquisto di terreni (strumentali alla coltivazione degli stupefacenti) e investimenti finanziari, di tipo azionariato diffuso ovvero acquisendo quote partecipative in aziende in difficoltà. Quest’ultima variante al riciclaggio è tipica del «Cartello di Cali», attuata in una visione giuridico e finanziaria.

Infine, il modello organizzativo dell’impresa criminale del «Cartello» si snoda in sub-cartelli, che hanno il compito di fornire complementarietà attraverso la fornitura di servizi strumentali agli intenti da perseguire, attuati mediante la messa a disposizione di manodopera fidata, impiego di mezzi adatti al trasporto della droga, laboratori per la raffinazione, il tutto in una visione sinergica che fa dei «Cartelli colombiani» una moderna impresa dedita alla «narcocrazia».

* Ufficiale della Guardia di Finanza