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RAGUSA - 13/05/2012
Attualità - Profonda analisi sulla crisi che stiamo vivendo

Recessione, ripresa e condizione degli «invisibili»

Piccole e medie imprese e commercio appaiono sempre più stretti dalla morsa creditizia in quanto a costo del denaro e costo del lavoro, fra i più alti tra i paesi industrializzati. Si avverte l’esigenza e l’opportunità di una riflessione sul contenimento del costo del lavoro e sulla detassazione di talune voci stipendiali del comparto pubblico e privato dipendente

di Salvatore Cannizzo*

Con cadenza quotidiana i mass-media traghettano dati e valori monetari ed economici tutti diretti a renderci noto che la fase dell’attuale recessione sembrerebbe avviata alla fine. Le considerazioni e gli approfondimenti proposti dalle autorità politiche poggiano sulla ragionevole speranza che la fase recessiva, seppur non presenti segnali di ripresa delle commesse relative all’export e ai consumi interni, è di auspicio il non aggravio della situazione attuale. Per comprendere in modo significativo la portata delle affermazioni, ritengo sia corretto delineare i caratteri tipici della recessione, intendendosi quella fase di depressione delle attività economiche che procura flessione nello sviluppo. In altre parole, è quella condizione che, in un sistema economico nel suo complesso, risulta caratterizzata da livelli di produttività molto più bassi rispetto a quelli che si potrebbero ottenere usando completamente (e in modo assai più efficiente) tutti i fattori produttivi del sistema paese. Tutto questo perché la recessione è strettamente collegata al P.I.L. (Prodotto Interno Lordo), cioè al valore dei beni e dei servizi complessivamente prodotti e destinati agli usi finali (consumi, investimenti, esportazioni) misurati in un arco temporale, solitamente l’anno.

Le recenti stime e previsioni dell’Autorità centrale veicolano la ragionevole consapevolezza che la fase di sofferenza economica tenderebbe a lasciare il passo a favore di una timida ripresa nel settore dei consumi e della produzione di beni e servizi. Ciò in parte è vero, anche se le attenzioni governative tenderebbero maggiormente interessare settori della grande industria, mediante interventi di natura pubblica a sostegno dell’economia nazionale, in modo da far ripartire la dinamicità che origina, per ricaduta, l’affermazione di un’economia derivata o indotta.

Con saggia visione taluni economisti hanno posto in risalto che il superamento della fase recessiva va sostenuto con interventi quanto più complessivi possibile, non escludendo alcuna categoria di soggetti interessati. Circa l’imprenditoria alcuna distinzione andrebbe effettuata: il sistema paese non è rivolto solo ed esclusivamente alla grande industria, ma include la PMI, gli artigiani il commercio e il mondo dell’agricoltura, quest’ultimo sempre più agonizzante e spesso dimenticato. La fase recessiva deve aver raggiunto livelli assai allarmanti se la piccola e media imprenditoria (primaria, secondaria e terziaria) manifesta vivacemente con insistenza e intensità, allo scopo di «richiamare» l’attenzione della politica di governo al sostegno degli sforzi da opporre al collasso economico-finanziario che attaglia il nostro paese.

Le PMI del mondo produttivo e il commercio appaiono sempre più stretti dalla morsa creditizia, nel relativo costo del denaro e dal costo del lavoro, fra i più alti tra i paesi industrializzati. La sofferenza viene ancor più accentuata in ragione del fatto che il nostro sistema produttivo e commerciale si caratterizza per una vivacità di piccole e medie realtà imprenditoriali, che hanno contribuito a rendere meno disastrosa la recessione che ha colpito altri paesi industrializzati, da questi vissuta in modo assai più grave rispetto al nostro. Ma questo punto di forza, che contribuisce ad assorbire la crisi più grave dal 1929 in poi, andrebbe meglio puntellato e sostenuto con interventi di supporto sia nell’immediato, che in via strutturale. Una fase di programma in tal senso non può non disconoscere, ad esempio, l’esigenze e l’opportunità di una riflessione sul contenimento del costo del lavoro e sulla detassazione di talune voci stipendiali del comparto pubblico e privato dipendente.

E’ da ritenere strategico pensare a forme salariali o premiali che incentivino, da una parte, l’interesse dell’impresa a percorrere i profili istruttivi di una formazione continua e costante, strumentale per affermare la bontà del prodotto finale in termini economici competitivi; dall’altra, l’interesse e lo stimolo del dipendente a fornire la migliore qualità intellettiva e pratica possibile nell’interesse generale e particolare del rapporto di lavoro. In verità, la forza lavoro o, per meglio dire, le risorse umane di una collettività produttiva devono alimentare col posto di lavoro un rapporto affettivo- sentimentale, oggi ancor più necessario, laddove si rileva una fondamentale competitività basata sulla qualità. Al momento, le grida di richiamo della PMI, dei piccoli imprenditori, commercianti, e del mondo agricolo sembrano non sortire effetto.

Quando si parla di PMI ci si riferisce a quelle imprese la cui forza-lavoro presenta meno di 250 dipendenti e meno di 50 dipendenti, rispettivamente la media e la piccola industria. A tali categorie produttive del sistema comunitario la «Carta Europea» ha rivolto significative attenzioni, sfociate nella «Carta di Lisbona», allo scopo di armonizzare a livello U.E. i principi e i caratteri di una crescita di cd. economia sostenibile, basata su migliori posti di lavoro, maggiore coesione sociale, non disgiunti da un’economia più competitiva e dinamica.

Pertanto, chiaro risulta l’intendimento del programma comunitario: la piccola e media industria vanno sostenute con interventi strutturali che promuovano linee d’azione di significativo spirito imprenditoriale e sostegno alle nuove iniziative, incoraggiando, non da ultimo, la formazione e, parimenti, migliorare i processi lavorativi e di regolamentazione delle politiche a sostegno della PMI. Allo spirito della «Carta di Lisbona» vanno, altresì, ispirati le attenzioni e il sostegno ad altra categoria di «invisibili»: i piccoli artigiani, commercianti e imprese agricole, in una visione organica e complessivamente considerata per portare il Paese fuori dallo stagno recessivo.

In tale contesto non può sottacersi l’interesse verso un programma che non può prescindere dall’esaminare coscientemente la forte anomalia che si rileva nelle questioni finanziarie attinenti i rapporti col sistema creditizio. Autorevoli studiosi costantemente evidenziano che vanno alimentate le condizioni migliorative di accesso al credito e al capitale di rischio, nonché l’incremento a sostenere con più vigoria la capacità di rinnovare i saperi tecnologici, il tutto per sviluppare e certificare un processo di qualità idoneo a garantire sviluppo e modernità.

Le grida di allarme lanciate dalla piccola industria e imprenditoria in genere danno l’impressione ai diretti interessati di rimanere inascoltati, come se tale stato d’animo provenisse, appunto, da «invisibili», cioè da categorie di soggetti produttivi che non veicolano particolare rappresentatività e visibilità mediatica.

Effettivamente noi tutti abbiamo oggi un livello abbastanza basso di capacità di ascolto degli altri e delle loro ragioni, a volte distanti, distaccati o sordi a comprenderne il malessere individuale e del territorio. Da più parti si sostiene come non sia percorribile e propugnabile una caduta a pioggia di aiuti indiscriminati, che sortirebbero effetti opposti a quelli desiderati. Si ritiene che favorire la garanzia del credito, l’avvio di nuove dimensioni per l’accesso bancario, rafforzare gli incentivi al rinnovo dei macchinari strumentali e il sostegno alla formazione sono i punti dai quali partire per frapporre il risveglio produttivo alla fase recessiva.

Le ragioni degli «invisibili» in questi giorni hanno conquistato l’altare della comunicazione e interesse mediatico su scala nazionale, attraverso serie di convegni e incontri, a volte di spontanea organizzazione, consci che la ripresa di un’economia sostenibile costituisce primaria condizione per il rilancio sia della produttività che dei consumi, oltreché ripresa del benessere sul territorio.

In una visione complessivamente considerata, altro fenomeno che riempie i caratteri dell’invisibilità è la questione disoccupazionale, oggi assai diversa da quella che abbiamo conosciuto in passato, manifesta di continui e massicci scioperi cui partecipavano migliaia di lavoratori. Oggi anche il fenomeno della disoccupazione è «invisibile»: non più rappresentata dalle crisi delle fabbriche, essa è divenuta «invisibile» in ragione del fatto che non è l’insieme organizzato a soffrire siffatta condizione, bensì la singola persona che non trova più lavoro e stabile occupazione. Questo tipo di solitaria disoccupazione afferisce a tutto quello spaccato di gioventù improduttiva, che si arrangia per trovare una soluzione lavorativa. I moderni «invisibili» del mondo del lavoro sono tutti quei giovani che, ultimati gli studi, faticano non poco a trovare non tanto ciò che desiderano o hanno amore lavorativo con cui misurare capacità e qualità di lavoro, ma risorse umane che faticano a trovare visibilità occupazionale, accettando qualunque soluzione lavorativa. La perdita della nostra qualità produttiva è da ricercarsi in questo accontentarsi, che produce effetti negativi allorché la nostra impresa non riesce ad essere competitiva rispetto ad altre di paesi diversi. La competitività, cioè quel prodotto o quella impresa che rivaleggia con i propri pari, è frutto di processi qualitativi, sia intellettuali che manuali, frutto di modernità di pensiero economico e produttivo. La disoccupazione degli «invisibili» trova rifugio e nascondimento nell’alveo delle famiglie, il cui calore attenua gli effetti di palese percezione.

Questo tipo di mutazione sociale è anche il frutto di profonde trasformazioni strutturali che hanno interessato il mercato del lavoro, in particolar modo con l’avvento e l’affermazione del concetto di flessibilità. E’ altrettanto vero, però, che della flessibilità, cioè di quella condizione lavorativa in base al quale un lavoratore non rimane costantemente al proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, ma muta più volte, nell´arco della propria vita, l´attività occupazionale e/o il datore di lavoro, non consente di sfruttare al meglio la fase evolutiva e di accrescimento dei processi autonomi di lavoro, risultando evidente l’esito negativo di una precarietà di rapporto che apre il baratro alla disoccupazione e alla sfiducia sociale. Invero, la flessibilità dovrebbe prevedere un costante miglioramento delle conoscenze del lavoratore e del livello occupazionale raggiunto, sia per quanto riguarda il versante economico, sia per quanto riguarda quello delle competenze professionali. Il concetto di flessibilità rischia però di degenerare nel precariato quando rilevano contemporaneamente, ed involontariamente, più fattori di instabilità, quali ad esempio la mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e la mancanza di un reddito adeguato con il quale pianificare la propria vita presente e futura. Risulta evidente, in tal senso, che la mancanza di una stabilità reale può generare disarmonie originate dalla mancanza di benessere della persona.

Quindi, ha ragion d’essere il mantenimento dei principi ispiratori delle moderne forme che interessano il mondo del lavoro, ma uguale attenzione andrebbe posta nel non creare precarietà, condizione che veicola fattori d’insicurezza ascrivibili alla mancanza di continuità del rapporto di lavoro, di certezza sul futuro, alla mancanza di entrate necessarie alla persona per vivere e pianificare la propria vita presente e futura. Qui non è in discussione se l’occupazione va traghettata in termini di posto fisso o posto …mobile, ciò che significativamente rimane valido è la possibilità che nell’arco della sua vita lavorativa la persona trovi opportunità di impiego e impegno lavorativo adeguato alle competenze. Non credo si possa parlare di nefandezze se si afferma che la sicurezza del posto di lavoro e il conseguente dignitoso reddito, costituiscono un bene universalmente da riconoscere alla persona.

E’ anche vero che l’odierna visione dell’economia, sempre più globalizzata e sempre meno locale, risente tantissimo dei processi di obsolescenza originati da un veloce progresso tecnologico, che si verifica indipendentemente dal logorio del macchinario. Ciò sta a significare che la velocità e la complessità dei processi produttivi risentono in modo forte e vincolante della supremazia di un pensiero dominante, rivolto a soddisfare i processi economici che prendono corpo attraverso la produzione di beni e servizi a valenza globale. La conseguenza che si origina rifugge, pertanto, da schermature tipiche di una visione superata dagli eventi, ponendo in evidenza le strutture produttive nella necessità di procedere ad adeguare le misure di qualificazione del lavoro e loro collocazione sul mercato.

Siamo arrivati al momento di salvaguardare la flessibilità, ciò anche attraverso la costituzione di ammortizzatori sociali più aderenti al moderno mercato del lavoro, per superare la rigidità che in passato ha ingessato tale sistema. E’ interesse della società civile preservare gli elementi positivi della flessibilità nel rapporto di lavoro, perché non si prolunghi la fase recessiva. Negli Stati Uniti dì’America la recessione sembra essersi arrestata, ma ragionevolmente ancora distante si presenta una ripresa nel vecchio continente. La ripresa va accompagnata con misure strutturali del sistema- paese, consci che vanno recuperati tutti quegli «invisibili» oggi disoccupati e le imprese «invisibili» di limitata rappresentatività. Occorrerebbe associare misure di sostegno anche alle famiglie, ai lavoratori dipendenti e pensionati, nella consapevole certezza che la ripresa va veicolata anche dal lato dei consumi, al fine di evitare una stagflazione previsionale, non accantonando una riflessione positiva che trova ampia eco nella detassazione degli straordinari per tutta la categoria dei dipendenti, nell’abbassamento dell’onere contributivo-previdenziale del costo del lavoro, nel contenimento del carico impositivo sul reddito prodotto.

*Ufficiale della Guardia di Finanza