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RAGUSA - 01/08/2011
Attualità - L’allarme di Legambiente

Chiesto permesso per trivellare in 21 aree Canale di Sicilia

In particolare il canale di Sicilia e le coste adriatiche di Puglia, Molise, Abruzzo e Marche

È proprio il caso di dire che è allarme rosso da parte del movinento ambientalista. Trentamila chilometri quadrati di mare rischiano la realizzazione di nuove piattaforme petrolifere.

In particolare il canale di Sicilia e le coste adriatiche di Puglia, Molise, Abruzzo e Marche. È questo l´allarme lanciato da Goletta Verde, la campagna itinerante di Legambiente, con il dossier "Un mare di trivelle".
Il rapporto illustra tutti i rischi legati alle 117 nuove trivelle che minacciano il mare e il territorio italiano. Sul territorio sono stati concessi 21 nuovi permessi di ricerca (per un totale di 41.200 chilometri quadrati) e neppure il mare è stato risparmiato.

Sono infatti 25 i permessi di ricerca rilasciati fino 31 maggio 2011, per un totale di quasi 12mila chilometri quadrati. Dodici riguardano il canale di Sicilia, sette l´Adriatico settentrionale, tre il mare tra Marche e Abruzzo, due la Puglia e uno la Sardegna. Se ai permessi rilasciati si sommano anche le aree per cui sono state avanzate richieste per attività di ricerca petrolifera secondo le stime dell´associazione ambientalista l´area coinvolta diventa di 30mila chilometri quadrati, una superficie più grande della Sicilia.

Nel dettaglio, spiega Legambiente, le aree di mare oggetto di richiesta di ricerca sono 39: 21 nel canale di Sicilia, 8 tra Marche, Abruzzo e Molise, 7 sulla costa adriatica della Puglia, 2 nel golfo di Taranto, e una nell´Adriatico settentrionale.

«Siamo di fronte ad un vero e proprio assedio del Mare Nostrum da parte delle compagnie straniere, che hanno presentato il 90% delle istanze di ricerca nel mare del nostro Paese, considerato il nuovo Eldorado, grazie alle condizioni molto vantaggiose per cercare ed estrarre idrocarburi», dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente.

In Italia nel 2010 sono state estratte 5 milioni di tonnellate di petrolio (di cui circa 700mila tonnellate a mare). La produzione di petrolio da trivellazione a mare, avviene in due zone in particolare: la costa meridionale siciliana, tra Gela e Ragusa, dove nel 201 si è prelevato il 54% del totale, e il mar Adriatico centro meridionale dove è stato estratto il restante 46%.

Proprio su queste due zone secondo il dossier si concentra l´attenzione delle compagnie per le nuove trivellazioni, che non intenderebbero risparmiare neppure aree marine protette come le isole Egadi e Tremiti. e nel primo a protestare non è stato solo il mondo ambientalista ma anche quello politico, preoccupato che le trivellazioni potessero distruggere l´ambiente marino.

Legambiente esprime poi anche la propria preoccupazione per un disegno di legge attualmente in discussione in Parlamento per l´adozione di un Testo Unico sulla ricerca e la coltivazione degli idrocarburi nel quale è prevista la semplificazione dell´iter autorizzativo escludendo motivazioni di carattere ambientale.

STOP ALLE TRIVELLAZIONI IN MARE APERTO
Niente ricerche di petrolio e gas naturale nel Canale di Sicilia: il Ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico hanno infatti rigettato ben 15 richieste di concessione di permessi di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi off shore, sette dei quali al largo delle coste siciliane.

Le decisioni dei due Ministeri, sono state pubblicate nell’ultimo «Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse», ma la notizia dello stop alle trivelle è arrivata dal sindaco di Vittoria Peppe Nicosia, che è stato avvertito, con una nota, dalla Direzione generale per le valutazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Il permesso di ricerca che interessava Vittoria era il «d.355 CR-SR» (richiesto dalla a Società Sviluppo Risorse Naturali S.r.l, una controllata della texana Mediterranean Resources L.l.c.) e si estende nello spazio di mare che va da Scicli ad Acate.

Gli altri permessi di ricerca bocciati che interessano le coste siciliane sono sei: due per Lampedusa, tre per Licata, e per Noto. Il rigetto delle istanze siciliane, compresa quella che interessa le coste ragusane, fa seguito alla nuova normativa voluta dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo all’indomani del disastro della Deepwater Horizon, nel golfo del Messico: con le nuove leggi, infatti, è vietato cercare ed estrarre petrolio a meno di cinque miglia nautiche (circa nove chilometri) dalle coste.