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Giovedì 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 14:58 - Lettori online 927
RAGUSA - 25/01/2011
Attualità - Ragusa: s’arroventa la polemica sanitaria dopo le dichiarazioni di Innocenzo Leontini

Gilotta: "Dalla spesa «allegra» a quella «vincolata»"

Il manager risponde in maniera sottile e chiama in causa, senza nominarli una sola volta, i due direttori generali della passata gestione: Fulvio Manno e Calogero Termini: «Hanno amministrato senza tetti finanziari, assunto 400 precari che oggi chiedono la stabilizzazione»
Foto CorrierediRagusa.it

Ettore Gilotta (nella foto alle prese con i precari che chiedono di essere stabilizzati) non accetta le critiche che gli sono state mosse da Innocenzo Leontini sul «fallimento della sanità da quando c’è stato il traghettamento da Asl ad Asp. I recenti interventi politici provocati dal clamoroso arresto del primario di Chirurgia Ignazio Massimo Civello, inducono Gilotta a fare delle riflessioni ad alta voce. Sono colpi di fioretto che alimenteranno altre polemiche.

«Questa amministrazione – dice- ha avuto il compito di traghettare la sanità della nostra provincia da una gestione che vogliamo definire «libera» a una gestione che definiremo «vincolata». Da libera a vincolata. Per spiegare che la gestione «libera» sta per spesa incontrollata. «Quella dell’assenza sostanziale di tetti finanziari, della scarsa attenzione per il rapporto costi/benefici: insomma, la gestione del «tirare avanti», del personale preso in maniera superflua, dell’assenza di percorsi e procedure ben delineate». La gestione «vincolata», invece, sarebbe, secondo Gilotta, «quella dell’osservanza di regole, del riordino, della necessità di commisurare i costi ai benefici, e così via: vale a dire la gestione del «rimboccarsi la maniche», di governare».

Se è guerra, è guerra per tutti. Anche per Calogero Termini, nel momento in cui si coinvolge pure l’ex l’azienda ospedaliera. «Abbiamo trovato, al nostro arrivo un anno mezzo fa –rintuzza Gilotta- una situazione al limite del caos e il nostro lavoro ha dovuto fare i conti con il compito di unificare due aziende, entrambe allineate alla logica della «libertà»: libertà di assumere 400 precari che oggi chiedono la stabilizzazione, libertà di assumere operai e ausiliari ogni tre mesi (anche part time) per creare false aspettative per future assunzioni, libertà di contrarre spese senza il concreto finanziamento, libertà di approvare progetti a carico del bilancio aziendale e molte altre criticità i cui effetti sono ancora sotto gli occhi di tutti.»

Gilotta chiede sacrifici, inversione di tendenza, «fare un piccolo passo indietro e preparare la rimonta piuttosto che andare forsennatamente avanti e precipitare l’istituzione nell’abisso». Una questione di patto con i cittadini, stimolato «dai bisogni reali per dare risposte senza imbrogliare, per preparare al meglio il futuro demistificando le finte urgenze del passato. Non vogliamo fare le cose pensando che niente e nessuno verrà dopo di noi».

Gilotta accetta la sfida. Non teme e non si sottrae alla polemica perché non vuole sfuggire dalle proprie responsabilità. Ma lo fa anche con un richiamo «a lavorare insieme per il bene comune che non ha una residenza di parte e che non può mai essere il «valore» di un partito e il «disvalore» di un altro».

Il caso Civello c’entra. E alla lunga potrebbe essere un cancro benigno. «Ci offre- afferma Gilotta- una importante occasione per dimostrare a noi stessi che la logica «vincolata» del nostro lavoro è eticamente, culturalmente e politicamente preferibile, perché il vincolo è nient’altro che il rispetto per la realtà, dentro la quale tutti noi viviamo».

Gilotta accetta la polemica, sicuro di essere dalla parte di Massimo Russo e di Raffaele Lombardo: «Farla è infinitamente più facile che lavorare- conclude- è forse per questo che rappresenta l’inclinazione di quell’esigua minoranza di individui che, poniamo come esempio, in un ufficio semina le condizioni di disturbo per la maggioranza di coloro che svolgono i loro compiti. A tutti diciamo che il gioco di squadra è quello che preferiamo: ad ognuno la scelta di starci o meno, assumendosi fino in fondo le proprie responsabilità».