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RAGUSA - 09/11/2010
Attualità - Ragusa: a proposito del vecchio studio di Nomisma sugli aeroporti

Magliocco, non chiamatelo «bonsai», piuttosto «mai nato»

La questione è semplice: l’aeroporto di Comiso dovrà evitare ai ragusani il fastidio di raggiungere Catania per imbarcarsi o dovrà rappresentare l’occasione per dar vita ad un ciclo virtuoso di sviluppo e di competitività all’economia iblea? Foto Corrierediragusa.it

Sulla stampa che conta campeggia un vecchio studio di Nomisma a proposito dei cosiddetti aeroporti «bonsai», diffusi nell’intera penisola italiana, soprattutto al nord, esito della deregulation nel settore del trasporto aereo, figlia, a sua volta, della globalizzazione.

Nello specifico della nostra provincia ragusana, è chiaro che il pensiero corre immediatamente al «Magliocco» di Comiso, che riteniamo oggi non possa essere definito aeroporto «bonsai», quanto piuttosto aeroporto «mai nato». Almeno fino ad oggi. La storia del «Magliocco» è stata tormentata. Da sempre, per scelte sempre operate altrove, ha influito sul destino della città di Comiso e dei suoi abitanti, nel bene e nel male.

Di volta in volta, è prevalso il bene o il male a seconda del grado di progettualità che la sua classe dirigente ha saputo mettere in campo. E siamo all’attualità, chiedendoci: il «Magliocco» del terzo millennio, una volta entrato in funzione, che aeroporto sarà? Strategico, primario o complementare (a rischio)? Quale dovrà essere il ruolo dello scalo comisano, per fortuna, non lo deciderà uno studio di Nomisma o di altre aziende di ricerca, quanto piuttosto e solo la «politica», con il primato che le compete. Sì, la politica, quella con la «P» maiuscola, quella che programma lo sviluppo dei territori e delle comunità, alla quale purtroppo ci si è quasi disabituati. Saranno, infatti, i rappresentanti politici iblei, vuoi regionali che nazionali, di concerto con i rappresentanti delle autonomie locali, nonché con le forze sociali e produttive dell’area iblea ad intestarsi una battaglia di civiltà e di sviluppo per questa porzione di Sicilia, d’Italia e d’Europa.

La questione è semplice: l’aeroporto di Comiso dovrà servire ad evitare ai ragusani il fastidio di raggiungere Catania per imbarcarsi o dovrà rappresentare l’occasione per dar vita ad un ciclo virtuoso di sviluppo e di competitività all’economia iblea? E ancora, la provincia iblea vuole assurgere al ruolo di protagonista per una lettura nuova e diversa, quanto antica e collaudata, dei rapporti fra i popoli mediterranei? Questo è il nodo da sciogliere. Non così semplice, come potrebbe sembrare, laddove non si tenga conto che innanzitutto si tratta di un problema culturale. Sì, culturale, perché la politica iblea, prima, dovrà chiedersi quale ruolo assumerà nel terzo millennio la Sicilia, in generale, e l’area sud-orientale di essa, in particolare, nei confronti dell’Europa e del Mediterraneo.

A monte, comunque, va fatta chiarezza sul destino dell’area di libero scambio del Mediterraneo, e se ancora in agenda, sull’approccio che con il Mediterraneo si vuole avere. Esclusivo o, piuttosto, condiviso, secondo il modello braudeliano, che ci ha descritto in maniera sublime l’antichissimo crocevia culturale che il Mediterraneo rappresenta ancora oggi, partendo dall’assunto che «essere stati è una condizione per essere».

Le numerose culture che si sono sviluppate, incontrate e mescolate nel bacino mediterraneo hanno contribuito al suo arricchimento ed a renderlo cosmopolita. Infatti, l’importazione di innumerevoli elementi da tutto il mondo ha fatto in modo che il Mediterraneo si evolvesse nella dimensione attuale, nella quale queste componenti gradualmente sono divenute parti costitutive della vita stessa dei suoi abitanti in tutti i differenti ambiti, dal paesaggio alla cucina. Tuttavia ciò non ha stravolto la sua realtà, ma al contrario ha creato un sistema coerente in cui tutto partecipa della natura originaria, in cui ogni elemento si fonde in una piacevole armonia capace di sopravvivere alle minacce della modernità.

Solo se e dopo che la politica avrà saputo fare chiarezza, avrà saputo dotare l’area iblea di un progetto di sviluppo coerente con l’uomo ed il territorio ibleo, sarà possibile capire se questa terra è periferia dell’Europa o porta del Mediterraneo; se è un’appendice geografica di un grande continente o se, piuttosto, può considerarsi centro e motore culturale, sociale ed economico di un altro: il sesto continente, appunto quello del Mediterraneo.