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RAGUSA - 23/10/2010
Attualità - Ragusa: analisi sul concetto di democrazia partecipativa e di autogoverno

Si assicuri al cittadino il diritto di gestire il territorio

Scriveva Carlo Cattaneo ne «Il diritto federale»: «Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli; il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità»

Nel testo «Il diritto federale», Carlo Cattaneo scriveva: «Ogni popolo pu avere molti interessi da trattare in commune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E c’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli; il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità».

Questo ragionamento sembra quasi anticipare il concetto di «coscienza di luogo» («coscienza del suo essere», per Cattaneo) che è posto alla base e a fondamento di una concezione della democrazia partecipativa che veda la crescita della società locale, dei suoi istituti di co-decisione inclusive e di partecipazione, della sua capacità di esprimere autoriconoscimento dei suoi valori, dei suoi giacimenti patrimoniali («che egli solo li intende), della sua identità, come condizione per la crescita di forme di autonomia e di autogoverno (Magnaghi 2000, Becattini 1999).

Ma, egli solo chi? Anche su questo punto, per dissipare equivoci, va chiarito che in un territorio abitato da molte culture, da cittadinanze plurali, è solo l’autoriconoscimento dei soggetti che si relazionano e si associano per la cura dei luoghi l’atto costituente di elementi di comunità; ovvero, la comunità è una chance, non un dato storico riservato agli autoctoni, ma un progetto delle genti vive, degli abitanti di un luogo, che deriva dall’interazione solidale fra attori diversi in una società complessa, che sono in grado di reinterpretare l’anima del luogo, per attivare nuove forme di produzione e consumo fondate sulla solidarietà e l’autosostenibilità.

E’ fuori discussione, a questo punto, convincersi della necessità di coniugare gli studi storici con il Territorio e la Comunità che lo abita, tenendo nel giusto conto almeno due avvertenze. Innanzitutto l’analisi storica del processo di formazione del territorio non deve essere finalizzata alla ricerca-conservazione della «natura originaria» del tipo territoriale (genotipo o memoria genetica), ma alla prosecuzione dell’opera di territorializzazione secondo criteri e forme innovative.

Dunque l’analisi storica non può e non deve essere finalizzata né a «museificare» né a «copiare», ma ad acquisire, per un ipotetico progetto di trasformazione, regole di sapienza ambientale che hanno creato, in epoche precedenti, relazioni positive fra insediamento umano e ambiente. In secondo luogo, l’analisi dei cicli di territorializzazione deve tener conto dell’identità culturale peculiare di ogni società storica, determinante nella comprensione dei valori fondativi della città e del territorio (il mito, il rito di fondazione, l’utopia, le religioni, l’identità, le dimensioni, i rapporti sociali, l’economia, i sistemi produttivi, etc.), superando l’uso di criteri universali di valutazione per le diverse epoche storiche, tipico del riduzionismo positivista, ma ponendo anche attenzione a possibili riduzionismi ecologisti che legano troppo meccanicamente la formazione della città e del suo tipo territoriale alle qualità ambientali del sito.

Mi sono convinto che un’alta qualità territoriale è sempre stata prodotta, nella storia delle civilizzazioni, attraverso la costruzione di relazioni virtuose fra una Comunità insediata e il Territorio in cui s’è insediata, e che per provocare nuovamente la produzione di alta qualità territoriale è necessario che si realizzino nuovi atti nei quali la società locale (ancorché multietnica, mobile, cangiante) riconosca il proprio territorio e lo valorizzi costruendo socialità. L’atto di autoriconoscimeto e la crescita dell’identità locale, cioè la capacità di ri-pensarsi, sono la matrice più profonda ed affidabile per il perseguimento di uno sviluppo sostenibile.

La ripresa del processo di territorializzazione deve tener conto del «tempo lungo» della formazione dell’identità territoriale nella definizione di nuovi ambienti insediativi, che ne rispettino e ne valorizzino le peculiarità. E ciò dal momento che la valorizzazione dei luoghi assume un ruolo centrale nella definizione degli obiettivi di sviluppo; lo sviluppo diventa immediatamente «locale» (trattandosi di luoghi dotati di identità) e necessariamente «autosostenibile» (trattandosi di regole di crescita immanenti all’identità di ogni luogo).

L’opera di «bonifica», indispensabile per restituire ai territori la dimensione di soggetto vivente ad alta complessità, è un processo lungo, che non può avvenire in forme tecnocratiche, ma necessita di nuove forme di democrazia che sviluppino l’autogoverno delle Comunità insediate, e ciò è possibile solo se chi vive in un territorio se ne prende cura quotidianamente, apprestando nuove tecniche di governo. (A. Mignaghi, 2000). Dunque il luogo, il territorio, appartengono a chi se ne prende cura. Ma perché esistano relazioni costruttive fra società locale e territorio, occorre che prima esista la società locale: dunque il problema di fondo è fare società locale, una società locale sufficientemente complessa ed articolata da essere in grado di costruire un rapporto, con l’ambiente su cui è insediata, modulare ed armonico.

Protagonisti referenti di tale obiettivo prioritario non possono che essere degli abitanti che abbiano come obiettivo consapevole la capacità di organizzare il territorio in cui vivono, anche in qualità di produttori. Questo obiettivo diventa strategico se si considera la crescita economica non più sinonimo di crescita di ricchezza (e neppure di occupazione), mentre la valorizzazione delle risorse territoriali, cioè il cosiddetto patrimonio territoriale, viene assunta come precondizione per la produzione della ricchezza. In questo senso occorre qui riferirsi ad un territorio - in tutta la sua molteplicità - che è entrato a pieno titolo come elemento connotativo dello sviluppo economico e si configura come complesso di fattori di cui ricercare la migliore combinazione per conseguire incrementi nella crescita del livello di benessere.

Appare appena il caso di sottolineare che là dove gli abitanti sono espropriati di ogni decisione sul proprio territorio, molte azioni di sviluppo economico somigliano a veri e propri scippi delle risorse locali (ambientali, territoriali, umane) per perseguire fini esogeni, consumandole nella competizione del mercato mondiale, senza soddisfare necessariamente i bisogni degli abitanti. Per questo motivo la cura del territorio non può che essere affidata agli abitanti, ma bisogna che esistano abitanti dei luoghi in questione, vale a dire che si superi l’ipotrofia dell’abitante e l’ipertrofia del produttore consumatore che caratterizzano la forma metropoli moderna. (A. Magnaghi, 2000). In questa prospettiva viene configurandosi una visione della democrazia partecipativa che non la interpreta solo come uno strumento di rivitalizzazione della vita democratica a fronte della crisi della democrazia rappresentativa, ormai sempre più alle viste; anche questo, ma soprattutto la interpreta come uno strumento di «liberazione» della vita quotidiana individuale e collettiva dalle sovradeterminazioni e coazioni del mercato, verso l’autodeterminazione degli «stili» di produzione, di scambio, di consumo.

Il distacco ormai crescente e riconosciuto fra crescita economica e benessere fa sì che la democrazia partecipativa si riproduca quotidianamente come coagulo di interessi sociali locali relativi alla qualità della vita contro scelte economiche, territoriali, ambientali, infrastrutturali non più riconosciute come portatrici di benessere. E questo forse giustifica le molte resistenze, negli enti di governo del territorio, ubriachi a destra come a sinistra di crescita economica, di privatizzazioni e globalizzazioni competitive, ad attivare percorsi strutturati di democrazia partecipativa in grado di trattare I modelli conflittuali della partecipazione: prevale, in molti casi, la sensazione che aprire alla partecipazione significhi mettere a nudo ideologie e interessi ormai stellarmente estranei al «comune sentire» delle popolazioni locali.

Vi è un nesso inscindibile fra partecipazione e federalismo. Un federalismo che ha motivo d’essere a patto che si costituisca «dal basso», come federazione di reti di municipi che siano, a loro volta, espressione della sovranità popolare.