Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Venerdì 2 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:28 - Lettori online 1104
PALERMO - 03/10/2010
Attualità - Palermo: si allarga il dibattito sul lombardimo e il milazzismo

No, Lombardo non è Milazzo sebbene entrambi calatini

Quali i punti in comune fra il democristiano degli anni Cinquanta e l’autonomista che governa la Sicilia?
Foto CorrierediRagusa.it

Negli ultimi tempi, con cadenza sempre più incalzante, quasi ossessiva, si torna a parlare di Silvio Milazzo (nella foto) e di milazzismo, quasi mai con il giusto approccio critico e con il necessario distacco che il mezzo secolo dagli eventi dovrebbe garantire. Infatti, il fenomeno del milazzismo, di volta in volta, entra nel dibattito politico siciliano vuoi per invocare il ruolo di ‘laboratorio politico’ che storicamente connota la Sicilia, attraverso le alchimie che l’Assemblea Regionale Sicilia riesce a mettere in campo, vuoi per giustificare – come di recente è accaduto – alleanze trasversali diametralmente opposte agli esiti elettorali.

Il milazzismo diventa, così, elemento giustificatorio di tutto e del suo esatto contrario, adoperato in maniera acritica, da chi ne ha interesse, quando non anche funzionalmente per fornire, ai più, una chiave di lettura delle proprie scelte, ponendo sullo sfondo l’esperienza di Silvio Milazzo, ritenuta ‘eroica’ dalla stragrande maggioranza dei siciliani. Si tenta, così per esempio, di far passare le ‘funamboliche’ scelte operate negli ultimi mesi dal Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, come coerenti con l’eroicità di quelle operate cinquant’anni fa da Silvio Milazzo.

Senza minimamente preoccuparsi di contestualizzare gli eventi e porre a confronto il quadro politico di allora con quello di ora, le forze politiche e i loro ruoli, nonché le storie e i percorsi personali dei protagonisti dell’esperienza milazziana con quella lombardiana. Non si possono ‘vendere’ patacche al popolo elettore, occorre che ciascuno, prima di formarsi un’opinione, sia messo nelle condizioni di conoscere i fatti, i protagonisti e i contesti. Nello specifico, c’è la necessità di conoscere le storie personali dei due protagonisti di vertice, Silvio Milazzo e Raffaele Lombardo; di Emanuele Macaluso e del suoi omologo di oggi: Lupo? Lumia? Cracolici?. E ancora, la DC di allora, dalle cui fila uscì Milazzo, e l’MpA di oggi, il cui fondatore e leader è Lombardo, non sono realtà politiche comparabili, per non parlare dei contesti sociali, culturali, economici, e mediatici di allora e di ora. L’idea, poi, di Milazzo di fondare un secondo partito cattolico, l’USCS, non trova nessun riscontro nel panorama politico e parlamentare di oggi, non trascurando il fatto che il cardinale Ruffini aveva bollato gli iscritti al partito milazziano come «eretici modernisti». E ancora, con chi è possibile paragonare oggi Dino Grammatico e il suo MSI? Con l’FLI dei Granata e dei Briguglio? Siamo seri, è come pensare di mettere a confronto il grande Varenne e l’asino di Pinocchio, Lucignolo: improponibile, non c’è partita!

Ciò che fa impressione è, poi, il tentativo maldestro di dichiararsi capaci di azioni che appartengono all’epica politica, come fece Milazzo, e contestualmente professarsi più sturziani di don Sturzo, dimenticando che proprio l’illustre sacerdote calatino definì Milazzo, che era stato suo allievo, «incosciente strumento nelle mani della sinistra e degli uomini che lo avevano circuito». L’attualità non ci presenta un Presidente della Regione inquadrabile nella definizione sturziana, tutt’altro.

Lombardo appartiene ad una generazione di democristiani che doveva ancora nascere quando Milazzo era Presidente della Regione Siciliana, in quella DC non esistevano ancora gli ingredienti per formare il DNA dei post-democristiani come Lombardo. Non esiste una logica deduzione del tipo: un democristiano dopo la fine della DC diventa post-democristiano con tutti i suoi caratteri originari. No! Ci sono stati esempi del genere, ma in misura assolutamente residuale e, sicuramente, non è il caso di Lombardo. Che, invece, mostra tutti segni e le caratteristiche del post-democristiano, inteso come categoria politica a sé, non riconducibile alla DC, in generale, a quella del periodo milazziano, in particolare. Dopo i democristiani, si potrebbe dire, vennero i post-democristiani, di essi una parte minoritaria mantenne i caratteri originari, la stragrande maggioranza imboccò una strada diversa, quando non diametralmente opposta.

Milazzo, da vero siciliano, ingaggiò una lotta impari contro la DC fanfaniana, nel tentativo di affermare e far rispettare i principi fondativi dell’autonomia siciliana, in un contesto – non bisogna dimenticarlo – in cui la scoperta del petrolio in Sicilia, la calata degli imprenditori del Nord per drenare a loro vantaggio le risorse finanziarie ed energetiche della Sicilia, e infine, la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, voluta dal Governo centrale per determinare il livello di sviluppo del mezzogiorno e della Sicilia, che non doveva mai compromettere quello del triangolo industriale del nord dell’Italia, s’apprestavano ad ingabbiare i sogni autonomistici della Sicilia, ingessandone di fatto lo sviluppo e mortificandone le prospettive per i suoi figli, ancora una volta destinati a «fare le valigie» ed emigrare.

E Lombardo? Quattro governi in meno di due anni e mezzo rappresentano, da soli, il fallimento di un progetto (ma, siamo sicuri che il progetto c’era?), la fine di un sogno, di quel sogno autonomistico che aveva fatto breccia nei cuori dei siciliani. Di chi la colpa? Certamente dei partiti centralisti e romano-centrici come il PDL e l’UDC, ma non solo, dico io, perché bisogna chiedersi: la risposta e la proposta, a fronte delle resistenze poste quale è stata?

Purtroppo, quella del tentativo di sopravvivenza politica, attraverso l’occupazione indiscriminata di tutte le postazioni possibili, senza peraltro una valenza meritocratica forte a sostenerla. Al centralismo romano si è sostituito, nei fatti, un centralismo palermitano, oserei dire personale, che mortifica i principi stessi dell’autonomia. Tutto questo perché? Per la Sicilia e per i siciliani? No, purtroppo, solo per qualche giro di giostra in più! Come dire, il tentativo di non staccare la spina ad un malato terminale.