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MODICA - 17/10/2008
Attualità - Modica - Il ricordo del giornalista Franco Antonio Belgiorno

Colline e palazzi barocchi, coprite per sempre il mio cuore

Questi i versi di una poesia dello scrittore letta da Giorgio Sparacino durante il rito funebre nella chiesa di San Pietro Foto Corrierediragusa.it

"Colline e palazzi barocchi coprite per sempre il mio cuore". Giorgio Sparacino ha letto una poesia di Ciccio Belgiorno a conclusione della cerimonia funebre nella chiesa di S. Pietro. Sono versi ispirati dall’amore per la città , che pur non essendo natia, ha permeato la vita dello scrittore giornalista ed è stata la sua ispiratrice come Dublino lo era stata per quel James Joyce cui Ciccio Belgiorno amava accostarsi non solo nello stile ma anche nelle sembianze.

Nelle navate della chiesa è stata presente tutta la città, dalla politica alla cultura, dal teatro alla musica, dalle istituzioni alla scuola, al mondo del giornalismo; Belgiorno ,seppur controverso e mai accondiscendente, ha segnato vari settori della vita cittadina e la testimonianza di affetto trasversale di tutta la città ne è stata una testimonianza.

A cominciare da quella di Antonello Buscema, che da amico prima che da sindaco, non ha potuto trattenere il singhiozzo dal pulpito quando ha ricordato gli ultimi scambi epistolari con Ciccio Belgiorno con il quale l’amministrazione aveva avviato un discorso per l’acquisizione dei 500 volumi della collezione delle opere di Joyce.

E’ stato nostro compagno di strada – ha concluso il sindaco – Modica va fiera ed orgogliosa di questo suo figlio». « Credeva nell’uomo, cercava giustizia ed onestà – ha detto nella sua omelia Don Umberto Bonincontro – A noi tocca raccogliere il suo messaggio e trasmetterlo ai giovani in un momento in cui i veri valori sono in crisi». Prima della traslazione del feretro Gino Carbonaro ha ricordato Belgiorno con una testimonianza ed una nenia della antica Contea eseguita alla fisarmonica che ha accompagnato nel silenzio il momento più toccante della cerimonia.


Una testimonianza di Antonio Guerrieri sulla figura di Ciccio Belgiorno
per corrierediragusa.it


Ebbi un intenso scambio epistolare e telefonico con Franco Antonio Belgiorno qualche mese prima della sua inaspettata e forse evitabile scomparsa. Gli avevo fatto leggere il mio finora unico romanzo e lo aveva apprezzato molto, paragondandomi addirittura a un «Brancati giovane», che nel romanzo ‘fascista’ (poi rinnegato) «L’amico del vincitore», del 1932, scrive pagine sentite per una ‘Moduca’ in cui visse sette anni della sua infanzia, dal 1910 al 1917. Anch’io, come Brancati e Belgiorno, non avevo potuto fare a meno di scrivere su Modica.

In quelle telefonate alluvionali Belgiorno parlava ‘a braccio’ di tutto, dalla politica, nazionale e locale, alla letteratura, dalla malattia ai suoi viaggi giovanili in giro per il mondo. Da quelle chiacchierate nacque l’idea di scrivere un libro a quattro mani su questioni ‘locali’: la stauta a Filippo Pennavaria e il rigurgito neofascista a Ragusa; la predilezione dei modicani per Sampieri; gli scempi edilizi a Modica (in quei giorni venivano commesse devastazioni accanto a Villa Cascino) che involgarivano ancor più una città già sfigurata dagli scempi degli anni sessanta; la condizione degli immigrati (mi disse di non essere riuscito a intervistare i cinesi, troppo chiusi in sé). Poi non se ne fece nulla: in primavera persi le sue tracce.

Forse un peggioramento delle condizioni di salute, forse il peggioramento di quelle già gravi dell’amatissima moglie tedesca Brigitte; o forse, semplicemente, gli era passata la voglia. Tra l’altro mi diceva di stare pensando a un libro sulla sua collezione di traduzioni di Joyce (una delle più ricche del mondo) su suggerimento di Stefano Malatesta, che all’epoca collaborava con l´editore Neri Pozza. Era stanco dei libri ´mielosi´ su Modica.

Dei suoi racconti e resoconti nostalgici sulla città adottiva (Belgiorno non nacque a Modica) diceva sferzante: "I muoricani vuonu chissu, ciò runi e su cuntenti". Lamentava infatti che quando cercava di allontanarsi dal tema della cittadina sicula fatta di personaggi folcloristici, vecchie tradizioni perdute, religiosità di vecchio stampo, malinconia impersonale e soffusa tra i tetti e le ringhiere delle case, ecc., i modicani, in preda al campanilismo più smaccato, non lo seguivano più.

Ecco perché il suo terz’ultimo libro "Racconti dell´anno di mezzo" ebbe un´accoglienza fredda rispetto ai precedenti. Anche quando menzionavo qualche suo articolo scritto per "La voce di Modica", storceva un po´ il naso, quasi giustificandosi per l´eccessiva nostalgia che trasudava da quegli scritti: "Avevo lasciato Modica per un paese sconosciuto, era comprensibile sentirsi orfani". In altre parole, detestava lo sciovinismo modicano. Eppure il suo penultimo libro, «Teatro delle pietre e giardini sul cielo», è una raccolta di articoli ‘modicani’ pubblicati sul Giornale di Sicilia, mentre l’ultimo è una nuova edizione accresciuta di «Guardiani di nuvole», una galleria di personaggi locali dei tempi che furono. Penso che al di là delle sue parole sul narcisismo modicano, Belgiorno non riuscisse a liberarsi della città di cui aveva scritto così tante volte, e forse è giusto che le ultime sue frasi a stampa abbiano per tema proprio Modica.

Mi disse almeno un paio di volte di non ritenersi un ´grande scrittore´, e ahimè era vero: non si può accostare Belgiorno a un Bufalino (che tradusse ma che non amava, e al quale rimproverava di avere copiato il romanziere francese Jean Cau per uno dei suoi libri), a uno Sciascia (di cui era molto amico), a un Brancati. Tuttavia era un abilissimo artigiano di ricordi, che con infaticabile per quanto spesso contrastata passione ha raccolto negli anni un vero e proprio archivio di figure, fatti, impressioni legate a Modica.

In tempi in cui si dà il «Premio alla modicanità» un po’ a tutti e in cui si attribuisce a Quasimodo un legame con Modica frutto solo della speculazione turistica; consapevoli dei troppi anni che ci sono voluti per "riportare alla luce" il genio di Poidomani e ripubblicare le sue opere; ormai stanchi dell’immagine cioccolatosa attaccata a una città che rischia di non distinguersi più da una dolceria a cielo aperto; si eviti che Belgiorno, non un grande scrittore ma un grande cesellatore di atti d´amore per Modica, cada nel dimenticatoio, ora che ha smesso scrivere.

Antonio Guerrieri