Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 10:51 - Lettori online 1089
MODICA - 26/08/2016
Attualità - Un contributo di Orazio Carpenzano, docente di Progettazione architettonica e urbana alla "Sapienza"

Centro storico Modica tra miseria e nobiltà

Case e palazzi un tempo abitati con Decoro e alto senso della Civitas sono in attesa di un ignoto e inquietante destino Foto Corrierediragusa.it

Il tema del risanamento e del recupero dei centri storici è quanto mai urgente nel dibattito anche alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti verificatisi nel Centro Italia. L´abbandono del patrimonio edilizio non è soltanto materia per la messa in sicurezza ma anche per il decoro soprattutto se incastonati nei centri barocchi. Sull´argomento ospitiamo il contributo di Orazio Carpenzano, professore ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana alla Sapienza di Roma:

"Il paesaggio urbano di Modica è sempre più ingombro di edifici vuoti, abbandonati, degradati; di elementi architettonici derelitti occultati da erbe, arbusti, piccoli crolli, frutto dell’abbandono e dell’incuria. La vista di questa natura risorgente tra le rughe del corpo urbano, qua e là, soprattutto in tanto patrimonio pubblico e privato, mi ha sempre suscitato preoccupazione e sdegno e colpisce non poco il mio immaginario e credo quello di gran parte della mia generazione. Quelle case e quei palazzi un tempo abitati con Decoro e alto senso della Civitas oggi sono in attesa di un ignoto e inquietante destino: la miseria che l’abbandono ci consegna li ha trasformati in relitti che all’esterno mostrano lo smarrimento e la perdita di un importante ruolo nell’ornato cittadino proprio delle piccole e delle grandi architetture. Basta osservare le lunghe balconate degli edifici storici sostenute da mensole intagliate e corrose dal tempo oramai da troppi anni privi persino di qualsivoglia addobbo vegetazionale, alla ruggine che ha corroso le modanature delle balaustre in ferro battuto, al decadimento degli infissi e dei cornicioni al depauperamento dei paramenti calcarei. Tutto questo in luoghi teoricamente tutelati, in aree ed edifici «protetti» ma in bella vista dei cittadini e dei visitatori.

A questo scempio e sciatteria si sommano una notevole quantità di spazi indecisi, privi di funzione, anch’essi abbandonati, ai quali è difficile persino dare un nome. Perché tutto questo? Prima di tutto perché sono definitivamente crollati i sistemi economici e antropologici che garantivano la sostenibilità di questo decoro e con essi i principi che ne governavano l’uso e i valori.

In secondo luogo, pochi oggi si dimostrano in grado di abitare con il giusto livello di attenzione e secondo un auspicato rapporto costi-benefici, spazialità come quelle che ci restituisce il patrimonio storico, sia in termini di sforzo energetico sia in termini di accessibilità (si badi non solo esterna ma soprattutto «interna» agli edifici), sia in termini di bellezza in senso lato. Eppure si potrebbe lavorare sui caratteri originali degli elementi costitutivi, agevolarne il recupero e la rigenerazione, e allo stesso tempo restituirne la complessità delle loro stratificazioni dove in massima parte risiede il fascino della città. Ma per far questo, occorre un cambiamento di paradigma che riconsideri questo patrimonio alla luce di una nuova attenzione e in rapporto alla diversità dei valori contemporanei, dei nuovi bisogni e degli stili di vita che si vanno affermando. Questa attenzione, per essere efficace, non potrà che essere collettiva, perché il paesaggio urbano di Modica appartiene alla collettività e come tale essa stessa deve mantenerlo e possibilmente migliorarlo con il concorso attivo di ogni proprietà che vuole rimettere in circolo il suo bene piccolo o grande, monumentale o ordinario, per riabilitarne l’economia e la bellezza, due sistemi assolutamente complementari.

Modica dovrebbe nobilitare i suoi edifici, le sue strade, le sue piazze, contrapponendo una nuova visione alle strategie di gestione «spontanea» purtroppo già in atto. La città storica dovrebbe iniziare a raccontarsi non solo come "bene patrimoniale», ma soprattutto come spazio del futuro; spazio di grandissima qualità anche nei tratti di tessuti di connessione e vivificazione tra i vuoti nelle maglie delle attività antropiche.
Penso, per esempio, a Monserrato e al Foro Boario. Si potrebbe per questi due corpi ambientali pensare a due cose diverse e complementari: a Monserrato, individuare la possibilità di far evolvere l’incolto verso forme naturali di paesaggio forestale urbano come elemento costitutivo del funzionamento ecologico e della ricchezza eco-sistemica della città e soprattutto farlo "apparire" specialmente nelle ore serali quando scompare alla vista il suo fondale arboreo che fa da contrappunto alla città di pietra, allo sperone del "Castello". E per l’ex Foro Boario penso a un grande giardino concluso, un’oasi per il tempo libero nel verde e nell’acqua, un orto botanico a forte vocazione mediterranea, un serbatoio di materiali vegetali da utilizzare per la ricerca, la didattica e il tempo libero. Di entrambi la Città dovrebbe ri-percepirne una presenza attiva come due grandi frammenti ambientali da vivere, percorrere, utilizzare, per il rilancio e la rigenerazione del suo paesaggio. Due scene naturali, a diverso gradiente di antropizzazione, sostenute da una rinnovata coscienza collettiva sulla forma urbis e il suo decoro civile. Unica regola del gioco è in entrambi i casi l’assunzione dell’esistente come materiale di progetto e un lavoro su strategie di rimontaggio, ma soprattutto un lavoro sulla ridefinizione di processi di riconoscimento, sovrascrittura e ri-figurazione coadiuvati da nuova narrazione dell´esistente che è lì per essere riascoltato".