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MODICA - 06/04/2014
Attualità - Sabato scorso è stato accompagnato in cattedrale per la concelebrazione

Mons. Gisana è ufficialmente Vescovo di Piazza Armerina

Presente il cardinale Paolo Romeo con gli arcivescovi e vescovi della Sicilia Foto Corrierediragusa.it

Mons. Rosario Gisana ufficialmente Vescovo della diocesi di Piazza Armerina. Sabato scorso è stato accompagnato in cattedrale per la concelebrazione, che è stata presieduta da mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, dai vescovi con-consacranti mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, già vescovo di Piazza Armerina, e mons. Paolo De Nicolò, vescovo titolare di Mariana in Corsica, già reggente della prefettura della Casa pontificia. Presente il cardinale Paolo Romeo con gli arcivescovi e vescovi della Sicilia. Il Comune di Piazza Armerina, come da tradizione, ha donato l’anello episcopale al nuovo vescovo. Un anello a fascia, di stile semplice ed in oro bianco che nella parte centrale in maniera stilizzata riporta l’immagine di Maria Santissima delle Vittorie, patrona della Diocesi, nei lati sono visibili due conchiglie simbolo del pellegrino in riferimento a San Corrado e tutto intorno elementi di natura decorativa.

Il discorso del XII Vescovo di Piazza Armerina, don Rosario Gisana
Il sacrificio di todah era per la spiritualità ebraica un’offerta che Israele presentava a Dio senza olocausto. Essa serviva a ravvivare la relazione con lui e a rammentare la testimonianza delle sue generose elargizioni. È da qui che gli avvenimenti apparivano al popolo dell’alleanza mirabilia Dei. Israele, a forza di ringraziare il Signore, sperimentava in maniera vivida la sua compagnia, mentre i fatti della vita diventavano ricettacolo della sua sollecitudine. Anch’io, questa sera, desidero presentare tale sacrificio. La circostanza dell’ordinazione episcopale, un fatto che ha messo in primo piano la comunione della Chiesa di Noto con la Chiesa di Piazza Armerina, appartiene a quel prodigio operato dalla presenza di Dio che non posso non definirlo atto di misericordia. Constato che questo fatto rientra tra le meraviglie del Signore. È un’azione d’amore che Dio ha voluto concedermi nella sua magnanimità, per riprendere con entusiasmo il cammino di conversione. Non è infatti così scontato che, dopo alcuni anni di sacerdozio, abbia assimilato compiutamente le esigenze discepolari dell’evangelo.

Il Signore, dal cuore grande, ha permesso quest’ulteriore sprone di conversione nella fase finale della mia vita, perché avanzi nel cammino dell’umiltà e, imparando a somigliare a lui, raggiunga quell’unione spirituale che passa attraverso il dono di sé alle persone che saranno affidate, presbiteri e fedeli laici. Il mio intento, agognato da sempre, è quello di comporre dentro di me la morphē di Gesù, quella forma di vita che struttura uno stile peculiare che è ravvisabile soltanto nel Figlio di Dio. Non credo di esigere troppo, tanto più che questo è pure raccomandato dall’apostolo Paolo: «figlioletti miei che partorisco di nuovo finché non sia formato in voi Cristo» (Gal 4,19). È il ringraziamento che desidero elevare a Dio in questa circostanza. Il dono dell’episcopato è una sollecitazione forte perché si alimenti in me il desiderio della morphēdi Gesù, consapevole che quest’azione di grazia è frutto del suo Spirito, il cui amore continua ad essere riversato, senza alcun merito, nella mia vita (cfr. Rm 5,3).

Se il sacrificio di todah è rivolto anzitutto alla Santissima Trinità, non può mancare un ricordo particolare per il Santo Padre. La sua testimonianza dell’evangelo, così intensa ed essenziale, mi rammenta quello che l’autore della 1Pt postula come principio di vita:«Cercate di vivere nella discrezione e nella sobrietà per imparare a pregare, e prima di ogni cosa abbiate in voi stessi un amore sempre in tensione» (1Pt 4,7-8). È quello che desidererei praticare, mirando a privilegiare un atteggiamento benevolo e accogliente che è la base per un’autentica fraternità. Certo, occorre formarsi a determinate virtù, e, benché l’età avanzi, non debbo tralasciare l’attenzione a questa mia umanità che cresce rischiando di non maturare. Reputo allora l’esercizio della sōphrosýnē(buon senso, discrezione) – così definiscono i Padri della Chiesa una virtù importante per migliorare la relazione umana – un aspetto che non può e non deve mancare nel rapporto con questa sua sposa che il Signore mi affida.

A lui chiedo l’assistenza perché possa accompagnarla «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27): un impegno esigente che richiede sobrietà. Ecco l’altra virtù che desidero far mia, perché il gesto preceda la parola e la testimonianza aiuti ad assimilare le ammonizioni. La sobrietà però allude anche ad uno stile di vita essenziale, a scelte che lasciano trapelare il desiderio di essere poveri, secondo quella povertà che Gesù ha indicato con la beatitudine evangelica (cfr. Mt 5,3). Proprio allo Spirito Santo chiedo che mi insegni le modalità della «mia» povertà: quella semplicità di vita che risponda a criteri ingiunti dal volere di Dio per questo determinato servizio. Occorre scrutarli quotidianamente nella preghiera; e, nella misura in cui progredirò nella pratica di queste virtù, avrò consapevolezza della volontà divina, giacché buon senso e sobrietà introducono al cospetto di Dio.

Da questo sacrificio di todah risaltano pure riconoscenza e gratitudine nei riguardi del Cardinale e dei Vescovi della Sicilia, presenti ed assenti. La loro fraterna accoglienza ravviva in me quel desiderio di comunione che ancora l’autore di 1Pt esprime in forma di servizio e peculiare oblazione: «pascete il gregge […] non esercitando possessività sulla porzione eredita, ma diventando modelli» (1Pt 5,3). Ciò mi induce a ricordare alcuni testimoni, týpoi di Cristo, che mi hanno formato a questa spiritualità di comunione: il mio parroco, don Casiraro, i formatori del Seminario Vescovile di Noto, di Acireale e dell’Almo Collegio Capranica; i miei Vescovi che da mons. Nicolosi in poi mi hanno insegnato a fissare lo sguardo su Gesù, guida e perfezionatore della fede che oggi stiamo professando coralmente; i miei accompagnatori spirituali fino a mons. De Nicolò, dai quali ho imparato a scrutare l’intimità del mistero di Cristo e tutti gli amici, presbiteri e non, che mi hanno comunicato, con l’esemplarità della vita, l’amore verso la Parola di Dio, mio nutrimento quotidiano.

È davvero sacrificio di todah quello che desidero elevare al Signore, tenendo conto che la dilazione della gratitudine non ha limiti. Penso a coloro che hanno sostenuto la mia formazione culturale: i docenti di ieri, in particolare quelli presenti alla celebrazione, dai quali ho appreso che il teologare è come essere in cucina per allestire una buona pietanza: «un po’ di conoscenza della Scrittura; un po’ di conoscenza della storia della chiesa e di quello che hanno scritto gli altri; un po’ di conoscenza di quello che scrivono anche i filosofi e gli uomini di cultura. Tutto questo, se messo assieme nella maniera giusta, permette di comprendere come parlare in maniera un po’ più adeguata del Signore in cui crediamo». Ma anche i docenti di oggi, ovvero tutti quegli studenti dello Studio Teologico S. Paolo e degli altri Istituti di formazione teologica, dai quali ho imparato a mediare, ascoltando le loro obiezioni, le conoscenze che negli anni si sono trasformate in contenuto orante.

Accanto ai presenti che ringrazio di cuore: parenti, amici, conoscenti, autorità civili e militari che afferiscono alle Diocesi di Noto e Piazza Armerina, il sacrificio di todah include nell’elevazione la gratitudine per la mia famiglia. È il basamento solido sul quale il Signore ha voluto che stabilissi la dimora. Anche questo e soprattutto questo è charis. L’accezione paolina non è assimilabile con facilità, benché l’apostolo abbia lasciato righe importanti per comprenderne «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi della pienezza di Dio» (Ef 3,18-19). Ho colto questa pienezza nell’esempio dei miei genitori: essi mi hanno comunicato, per così dire geneticamente, quelle virtù umane e spirituali che oggi mi consentono di allargare lo sguardo verso tutti con sincera apertura e a Dio con infinito senso di gratitudine.

Tale esemplarità, che si è pure trasmessa nella vita di mia sorella, a cui assieme a Francesco va un fraterno grazie, possa germinare un ulteriore corredo di virtù multiformi per fecondare il presbiterio di questa sposa che è la Chiesa di Piazza Armerina. La celebrazione ha consentito di sperimentare un forte momento di comunione, al punto da non riuscire a trattenere lo stupore tramutatosi in gratitudine. È così che vorrei ringraziare tutti e in particolare coloro che hanno sacrificato il proprio tempo per lo svolgimento di questa celebrazione, sia della Diocesi di Noto che di Piazza Armerina. A trovare le parole giuste mi aiuta un Sermone di Leone Magno: «È cosa grande e molto preziosa al cospetto del Signore, quando tutto il popolo di Cristo si applica insieme agli stessi doveri, e tutti i gradi e tutti gli ordini, di ambedue i sessi, collaborano con un medesimo spirito […].

Nulla vi è di disordinato, nulla di diverso in questo popolo, in cui tutte le membra del corpo cooperano a vicenda a mantener vigoroso l’amore; e non si confonde per la propria povertà colui che si gloria dell’abbondanza altrui: la gloria dei singoli è decoro per tutti. Abbracciamo dunque, carissimi, questo vincolo beato di sacra unità».