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Domenica 11 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:05 - Lettori online 708
MODICA - 27/05/2011
Attualità - Intervista esclusiva di una modicana laureata che rinunciò a stare con la figlia per lavorare

Copai: parla Graziella Puccia, mai pagata in 4 anni

"Ero già in attesa della mia bambina quando partecipai al concorso pubblico per seguire i corsi del Copai – dice Graziella – perché mi facevano comodo i mille euro lordi ogni 30 giorni che ci avevano prospettato per 12 mesi lavorativi"
Foto CorrierediRagusa.it

Ha rinunciato a godersi sua figlia, a trascorrere con lei quei momenti irripetibili in famiglia, nel focolare domestico, per ritrovarsi alla fine con un pugno di mosche in mano e una gastrite. Tutto a causa dello stress e della rabbia per essere stata privata inutilmente di quattro anni della sua vita. Graziella Puccia (foto), 34 anni, modicana, sposata e laureata, è una delle corsiste beffate dalla vicenda Copai.

«Ero già in attesa della mia bambina quando partecipai al concorso pubblico per seguire i corsi del Copai – dice Graziella – perché mi facevano comodo i mille euro lordi ogni 30 giorni che ci avevano prospettato per 12 mesi lavorativi. Non avrei mai pensato di pentirmi amaramente della mia scelta».

Adesso Graziella, docente d’inglese, si sente frustrata per quello che ha dovuto subire. La donna faceva parte del gruppo di 59 corsisti provenienti da tutta la provincia ed illusi con promesse non mantenute e impegni non rispettati. A tutt’oggi non hanno percepito neanche un centesimo e non hanno ricevuto neanche l’expertise per i corsi di «Esperto di fascia costiera» o «Esperto di risorse idropotabili».

Che fine hanno fatto quei soldi? Com’è stato utilizzato il frutto del lavoro dei corsisti?

«Ricordo – dice Graziella – che eravamo partiti carichi d’entusiasmo e ci ritrovammo a lavorare tutti i giorni a palazzo Lanteri, nei pressi della chiesa di San Giorgio».

Come accertato dalla Guardia di finanza, quei locali erano fatiscenti e privi di riscaldamento. Muffa, polvere e umidità erano all’ordine del giorno. Al posto delle scrivanie c’erano delle griglie d’acciaio. I computer, obsoleti, non funzionavano. Per lavorare i corsisti si portavano da casa i portatili, con tanto di chiavetta internet, visto che la linea era disponibile solo ad intermittenza.

«In pratica sgobbavo a mie spese senza percepire nulla, così come gli altri miei colleghi. Io almeno – prosegue Graziella – avevo il vantaggio di abitare a pochi passi dalla sede del Copai. Ma tanti altri venivano da centri lontani, quali Vittoria o Chiaramonte. Oltre la metà di loro si ritirarono nel corso dei mesi. Io, nonostante tutto, continuai a crederci. Intanto mia figlia cresceva, e la vedevo solo la sera, dal momento che a palazzo Lanteri ci passavo otto ore al giorno».

Le lamentele dei corsisti cadevano nel nulla nonostante fossero ascoltate dalla segretaria e da qualche tutor. «In quattro anni – prosegue la ex corsista – siamo stati stoppati più volte per intoppi burocratici, ferie e sospensioni, fino a quando i corsi sono terminati in via definiva lo scorso giugno».

Ma in cosa consisteva il lavoro?

«Ci facevano svolgere faticose e complicate ricerche. Io ne feci parecchie, tra cui una sulle chiese in provincia di Ragusa: quelle aperte, quelle chiuse, quelle esistenti e quelle esistite, o demolite, o sconsacrate. Sul materiale raccolto dovevamo girarci dei documentari, scattare foto, redigere dossier. Non so poi come abbiano impiegato tutto questo materiale. Ricordo solo che, al momento della consegna del materiale al consorzio, perdevamo ogni diritto, e solo il Copai era esclusivo beneficiario dei frutti del nostro lavoro».

Alla luce di tutto ciò, il senso di frustrazione che pervade l’animo di Graziella e di altri suoi sfortunati colleghi è il minimo.

«Adesso – conclude la ex corsista – ho voltato pagina e mi godo la mia famiglia e la mia vita, cercando di non pensare troppo a quei quattro anni persi».