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Giovedì 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 22:43 - Lettori online 849
MODICA - 28/09/2010
Attualità - Modica: un caso emblematico di una realtà urbana abbastanza diffusa nel sud

Tradizione, Progetto e Destino alla luce del piano paesistico

«Non siamo mai riusciti a raggiungere un buon livello di organizzazione urbanistica né a comprendere la reale consistenza del nostro patrimonio storico ambientale» Foto Corrierediragusa.it

La città di Modica si può considerare come caso emblematico di una realtà urbana abbastanza diffusa nel sud, cioè di un centro con un passato illustre cui è seguito un periodo di decadenza, contrassegnato dal depauperamento di un ricco patrimonio culturale. Dotata di una peculiare forma urbis, frutto delle complesse valenze di valori e di usi sedimentatesi nelle tipologie urbane che ne definiscono il tessuto storico, Modica sembra richiamare da circa un decennio nuovi interessi volti alla valorizzazione delle sue risorse, e forse al riuso e alla rifunzionalizzazione di emergenze architettoniche e paesaggistiche che sono espressione del suo sviluppo civile e dell’importante ruolo svolto nei confronti del territorio circostante.

La forma urbis di Modica è sostenuta dalla confluenza di due fiumi a carattere torrentizio che dividono l´altopiano in quattro colline: Pizzo a nord, Idria ad ovest, Giganta ad est e Monserrato a sud.
e trova riscontro nell’andamento dei due fiumi che le solcavano, Pozzo dei Pruni e Janni Mauro che formavano il Modicano che aveva dignità di fiume perenne in quanto alimentato da sorgenti permanenti, fra cui quella della Fontana Grande che ho visto e vissuto da piccolo. La sua posizione strategica, con lo sperone roccioso che si protende a controllo del percorso naturale della cava forse fu il presupposto più importante per lo sviluppo di un centro indigeno egemone, catalizzatore degli altri insediamenti ad esso prossimi, nell’epoca stessa in cui Hybla, poco distante, fungeva da capitale di quel comprensorio.

Questa configurazione in cui si dispongono strutture simmetriche, centriche e seriali si esalta in esempi di tracciati e monumenti fortemente compressi, i quali configurano l’immagine di una divaricazione, una Y che annida al suo centro la traccia «debole» e cuspidale della sua cellula genetica, forse della sua scena nativa.

La composizione morfologica produce, ha prodotto, una grande energia a partire da questa inevitabile riduzione spaziale, portando al limite la «distanza critica» dello spazio tra le componenti urbane.

A Modica le singole case sono ben poca cosa rispetto al sistema che le comprende: un sistema che a partire dalle pendici delle sommità rupestri determina un’immagine urbana fortemente bidimensionale che dal paesaggio naturale dei crinali arriva allo zoccolo architettonico gradatamente, quasi in dissolvenza (eccezion fatta per quegli «abusi» che negli anni del boom economico hanno alterato alcuni delicati equilibri nel tessuto urbano e compromesso pesantemente tratti consistenti della sua immagine architettonica).

In una forma estrema e alternativa della spazialità urbana «razionale», Modica è avvolta nelle dinamiche destabilizzanti dei suoi tracciati inclinati, delle sue innumerevoli scale, che alterano ogni possibile intelaiatura prospettica, persino quella più monumentale di San Giorgio che si può cogliere solo a distanza. Nell’energia divergente delle inclinate lo spazio avanza e contemporaneamente arretra facendo coincidere l’idea di contesto con quella di corpo architettonico, anche se gerarchizzate entrambe in un gioco incrociato di rimandi straordinari, ahimè!… valorizzati ancora poco e male. Mi piacerebbe moltissimo una storia sul processo di formazione e di trasformazione della città; sarà mai possibile? E questo non solo per aumentare il grado di conoscenza su Modica e capirne meglio la forma, ma anche e soprattutto per poter alimentare quella «memoria attiva» che si riflette nella cultura dell’abitare, nella capacità degli abitanti di identificare i luoghi e significarli.

La varietà di idee sul rapporto tra Modica e le sue culture dovrebbe muovere dunque nella costruzione di programmi (sia di studi e ricerche che di trasformazione fisica, compresi recupero e riqualificazione) e invece resta implosa nelle folcloristiche kermesse locali. Ci vorrebbero programmi per mettere a sistema le sue risorse, programmi come leve operative per una politica consapevole del territorio (dall’altipiano da san Giacomo e Frigintini a Comiso, dalla valle dell’Irminio alle campagne di Ragusa e Donnafugata al litorale, dove il sistema paesistico e quello antropizzato si con-fondono meravigliosamente).

Una visione per il futuro di Modica è indispensabile per rendere possibili e condivise le politiche e gli sforzi che le strutture pubbliche, i privati e le associazioni imprenditoriali e perché no? anche i centri studi possono compiere. Strategie integrate per uno sviluppo sostenibile, di alto profilo, dove si possono e si debbono offrire tutte le condizioni per una progettualità locale attraverso cui cogliere identità ma anche registrare limiti e conflittualità.

La legittima passione per il nostro territorio non può diventare un elogio rituale, autocelebrativo che a volte, spesso, fraintende i legami opachi tra territorio e società locale favorendo atteggiamenti conservativi ottusi. Sarà bene dunque, come sostiene anche Saverio Terranova in un suo recente scritto, stare in guardia su un certo ambientalismo conservatore, occorre leggere il territorio senza semplificazioni facili, senza elogi astratti basati su altrettanto astratte idee di identità locali. Occorre cogliere i segni veri del nostro territorio, pacatamente, criticamente, e con una buona capacità di «compromettersi» con un sano pragmatismo, si! Un sano pragmatismo che faciliti tutti gli sforzi positivi orientati alla valorizzazione delle nostre risorse fisiche e culturali.

Occorre incrociare alcune posizioni, quelle dell’architettura e dell’urbanistica, della sociologia, della geografia, della storia, dell’arte ( compresi cinema e fotografia), della politica… ma non per collezionare «sguardi» ma per interrogare i luoghi e giudicarli (anche severamente!) sulle rilevanze dei problemi che si devono affrontare.

Per esempio, Il tema delle infrastrutture e quindi dell’accessibilità è forse il problema dei problemi di Modica, una questione che forse le scienze urbane da sole non possono risolvere… ci vorrebbe un’importante task force attenta anche alla risorsa «paesaggio», risorsa persino narrativa nei nostri luoghi! Ma la dimensione paesaggistica se male interpretata potrebbe «coprire» più che risolvere i problemi urbani cui accennavo e ostacolare pericolosamente i necessari processi di modificazione dello spazio, delle qualità dei vuoti tra i ritmi dell’edificato. Temo che qualcuno pensi che solo il passato può sostenere le economie della città, e la mia sensazione (sicuramente superficiale) è che in molti guardano indietro…tradizioni, storie, personaggi che rischiano di provocare un blocco anziché stimolare nuove risalite! Mi sembra altresì di percepire «sistemi locali» validi e interessanti per rispondere all’insicurezza della modernizzazione, per pensare con ottimismo al futuro della città e del suo territorio. Ha di nuovo ragione Saverio Terranova: occorre non trascurare mai la reale consistenza della vivacità imprenditoriale e della laboriosità iblea, che ha dato indubbiamente vita a circuiti virtuosi (tanto da far accostare la nostra provincia al alcune realtà del nord notoriamente positive come quelle tosco-emiliane).

Però il potenziamento di Modica e delle possibilità insite nella sue situazioni etnico-culturali non può avvenire senza un idea complessiva, senza un progetto proiettato fortemente nel suo destino. Non siamo mai riusciti a raggiungere un buon livello di organizzazione urbanistica né a comprendere la reale consistenza del nostro patrimonio storico ambientale… sarebbe ora di farlo.

Orazio Carpenzano
Docente università La Sapienza