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Sabato 16 Dicembre 2017 - Aggiornato alle 0:57 - Lettori online 397
CHIARAMONTE GULFI - 05/07/2017
Attualità - L’analisi del biologo ibleo Giovanni Amato

Il deserto surreale delle ceneri della pineta

"Che i genitori portino i propri figli a visitare l’area dell’incendio di Chiaramonte Gulfi spiegando proprio a loro per quali ragioni di fondo quello splendido polmone verde non esiste più" Foto Corrierediragusa.it

Riceviamo e pubblichiamo integralmente una interessante e approfondita riflessione del giovane biologo Giovanni Amato, nativo di Monterosso Almo e che quindi, nei luoghi irreparabilmente distrutti dal colossale incendio mai visto a memoria d´uomo negli Iblei, ci è nato e cresciuto. Un´analisi lucida che esplora a 360 gradi l´accaduto, e, soprattutto, cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per preservare quanto di bello resta del territorio ibleo. Buona lettura

La pineta di Chiaramonte Gulfi non c’è più. Un migliaio di ettari di vegetazione, forestale e non solo, sono stati inceneriti in un macabro olocausto a quanto pare innescato dalla vile volontà di chi, forse, aveva cercato di ottenere il medesimo risultato già con l’incendio dello scorso anno. Non spetta certamente a chi scrive fare illazioni o sostituirsi agli organi inquirenti nel tentativo di tracciare un profilo del presunto piromane, o nel definire eventuali responsabilità in presunti ritardi nell’intervento contro le fiamme. Non posso tuttavia non esprimere, pur consapevole del suo limitato valore, la mia solidarietà a chi ha visto ardere le proprie aziende o le proprie case e, più in generale, a tutti i cittadini di Chiaramonte Gulfi.

In questi giorni molto è stato scritto circa l’evento in questione e un’altrettanto elevata mole di parole ho avuto modo di ascoltarla, spesso non volutamente, nei più disparati luoghi di ritrovo. Considerazioni a volte significative, altre volte banali e superficiali a tal punto da non meritare alcuna menzione, altre ancora testimoni dell’italica necessità di trovare in fretta e furia un potenziale capro espiatorio che possa magari rendersi reo confesso dei mali che affliggono un’intera società. Così, nel caso dell’incendio, i presunti responsabili diventano, secondo una delle tante leggende metropolitane, i forestali al mero scopo di garantirsi giornate lavorative per procedere con nuovi rimboschimenti e via così, con anatemi e possibili soluzioni, quasi sempre legate alla necessità di procedere con licenziamenti di massa e chiusura di Enti.

Peccato che quasi tutti i soggetti che arrivano a tali conclusioni ignorino totalmente che esiste un sistema normativo che impedisce per alcuni anni qualsiasi intervento speculativo su aree percorse da incendi. Ovviamente nessuna categoria è al di sopra di ogni sospetto, ma, a seguire ciecamente tali, sbrigative considerazioni, si troverebbe presto soluzione anche ai casi di malasanità, chiudendo tutti gli ospedali o, ancora, chiudendo gli uffici pubblici per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di timbratura abusiva di cartellino. Come dire, non si può buttare via anche il bambino assieme all´acqua sporca, perchè non giova proprio a nessuno.

Piuttosto non ci si interroga su quella che può definirsi la ragione di fondo a causa della quale vengono messi in atto scempi come quello oggetto del nostro interesse. Perché se è vero che in questo caso il responsabile, o i responsabili, del vile atto sia un unico o pochi ignobile/i soggetto/i, non si dichiara certamente il falso affermando che nella nostra Isola manchi o sia comunque estremamente raro il concetto di ambiente come bene pubblico che ciascuno di noi dovrebbe contribuire a proteggere ancor prima di poterne liberamente fruirne.

Un’ ipotesi a sostegno della quale si possono citare diversi esempi. Quello del Fiume Irminio, il cui letto è attraversato e devastato dal passaggio di mezzi fuoristrada, rendendo vani gli encomiabili sforzi di chi si è speso con professionalità alla protezione ed alla conservazione delle rare specie ittiche che lo popolano. Quello della diga Santa Rosalia, che detiene il primato di lago più meridionale d’Europa oltre che sito di importanza comunitaria ai sensi della Direttiva 92/43/Cee, ove è possibile rinvenire ed osservare specie animali e vegetali di particolare interesse scientifico, le cui rive sono in certi tratti state trasformate in vere e proprie discariche da fruitori che il comune sentire potrebbe chiaramente avvicinare più a suini che non ad umani.

Quello dei pantani siti tra il Ragusano e il Siracusano, destinati a diventare riserva naturale ma liberi dal suddetto vincolo di conservazione in seguito ad un ricorso al Tar ed oggi protetti solo perché acquistati da una fondazione tedesca di tutela della natura che ha provveduto a recintarli e ad avviare interventi di riqualificazione ambientale. Quello delle numerose micro discariche, che costituiscono certamente un ottimo biglietto da visita per le nostre rinomate località turistiche, sparse lungo le principali arterie stradali, non necessariamente strade secondarie, nelle quali si rinvengono rifiuti di ogni genere alcuni dei quali di grande pericolosità come batterie per automobili, olii esausti, oneumatici e persino amianto.

Questi i problemi. Ma la causa? Un’inesorabile e progressiva rinuncia alla valorizzazione dei beni naturalistici ed ambientali come beni comuni. Problema che certamente parte da lontano. Che trova la sua origine nella tendenza a vedere ancora oggi la natura come ostacolo allo sviluppo economico e non, almeno per il territorio ibleo, come essa stessa motore di sviluppo. Che permette di dileggiare chiunque provi a tutelare un bosco, un pantano, un fiume, una specie animale o vegetale presentandolo come contrario alla creazione di ricchezza, prosperità e qualità di vita, come se, soprattutto quest’ultima, dipendesse unicamente dai metri quadrati da ricoprire con cemento o asfalto.

Che si alimenta anche grazie al disinteresse dimostrato da certe scelte politiche, un esempio può ritenersi la ferma volontà di far sparire proprio il Corpo Forestale dello Stato come corpo di polizia autonomo. E tutto questo In un momento come quello in cui viviamo e che finalmente ci ha permesso di capire che dalle sorti della Natura dipende il destino della nostra specie.

Infine, che porta a ritenere qualsiasi bene pubblico un bene di nessuno di cui disporre a piacimento senza alcuna cura. E le soluzioni? Ripartire da zero, dalle nuove generazioni. Costruire ex-novo una coscienza di tutela della natura e del paesaggio impiegando reali risorse nella formazione di giovani e giovanissimi. Convincere gli amministratori della cosa pubblica che la promozione, la tutela e la gestione del territorio non possono basarsi né su improvvisazioni elettorali né sul ricorso a tecnici come biologi, forestali e geologi solo per ottemperare ad obblighi di legge ma che proprio queste figure professionali sono in possesso di tutte le competenze necessarie per coniugare sviluppo, tutela e sicurezza. Infine, limitatamente alle frange dell’ambientalismo estremo, avviare un dialogo laddove spesso si è cercato solo lo scontro e l’innalzamento di barricate.

Mi si conceda infine un invito che ha il sapore della provocazione, che i genitori portino i propri figli a visitare l’area dell’incendio di Chiaramonte Gulfi spiegando proprio a loro per quali ragioni di fondo quello splendido polmone verde non esiste più.

Giovanni Amato, biologo