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Lunedì 23 Ottobre 2017 - Aggiornato alle 20:20 - Lettori online 703
RAGUSA - 03/10/2017
Attualità - Un interessante articolo dello psicoterapeuta Carmelo Pignatelli

Le manifestazioni di dolore psicofisico

Alcuni farmaci riducono, in un breve arco di tempo, l’intensità del dolore, ma non eliminano la sofferenza nel lungo periodo Foto Corrierediragusa.it

Riceviamo e pubblichiamo un interessante articolo redatto daCarmelo Pignatelli (foto), psicoterapia e ipnosi Ericksoniana, psicoterapia individuale e familiare

L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (Iasp), definisce il dolore come "Una spiacevole esperienza sensoriale ed emotiva, associata ad un reale o potenziale danno tessutale, o descritto in termini di danno". La definizione viene integrata in seguito: Il dolore è sempre soggettivo... è indiscutibilmente una sensazione in una o più parti del corpo, ma è anche sempre spiacevole e di conseguenza è anche un’esperienza emotiva. Il dolore cronico costituisce un serio e importante problema, molto diffuso in tutto il mondo. Si differenzia dal dolore acuto, solitamente prodotto da un danno tessutale, che quasi sempre si risolve quando è guarita la ferita. Il dolore acuto è utile alla sopravvivenza degli individui, perché ci avverte di una lesione, potenziale o già in atto. Per esempio, il dolore che segue ad una ustione, serve a ricordarci di prendere dei provvedimenti per ridurre i danni e ad evitare guai maggiori.

Il dolore cronico non è invece di solito associato ad una lesione identificabile. Esso continua dopo la guarigione di una ferita, per almeno tre mesi. I pazienti affetti da questa patologia spesso lamentano problemi di sonno, difficoltà nel lavoro e nei rapporti familiari e sociali. Quando il dolore è severo e persistente, ci si può sentire depressi e disperati. I tipi più diffusi di dolore cronico non oncologico sono lombalgia, mal di testa ricorrenti, nevralgia post erpetica (fuoco di Sant’Antonio), artriti, dolore muscolare diffuso (fibromialgia).

È molto difficile liberarsene coi tradizionali interventi medici. Le statistiche, ad esempio, ci dicono che molti interventi chirurgici per problemi alla schiena non sono sempre risolutivi. Il fatto che il dolore cronico non risponda pienamente ai tradizionali trattamenti medici e chirurgici è dovuto, in parte, alla tendenza a curare il problema solo da un punto di vista biomedico, nonché alla ricerca di un sollievo immediato. Per questa ragione, i trattamenti più diffusi sono costituiti da analgesici ed oppioidi.

Questi farmaci riducono, in un breve arco di tempo, l’intensità del dolore, ma non eliminano la sofferenza nel lungo periodo. Inoltre, le ricerche indicano che l’uso prolungato di oppioidi può arrecare dei danni all’organismo. Nel diciassettesimo secolo il filosofo francese Renè Decartes, meglio conosciuto come Cartesio, sosteneva che il dolore era una semplice risposta di riflesso ad un danno o ad una ferita del corpo. Se mi cade un sasso su un piede, provo dolore. Se al posto di un sasso, mi colpisce un macigno, il dolore sarà molto più intenso. Se questo è vero, il danno fisico deve sempre avere come conseguenza il dolore, e più proviamo dolore, maggiore deve essere il danno. Questo modello è stato accettato da medici e pazienti fino alla metà degli anni ’60 del secolo scorso. Purtroppo, presenta delle falle, in quanto non spiega del tutto perché due persone con lo stesso danno fisico possono sperimentare livelli diversi di dolore. E non spiega come a volte il paziente possa provare atroci sofferenze in risposta a lievissime lesioni. E inoltre non chiarisce il fenomeno dell’arto fantasma, che si verifica quando una persona sente male ad un arto amputato, che in realtà non c’è più.

Tutto ciò suggerisce che un danno al corpo è solo uno dei fattori che possono incidere sulla quantità di dolore che possiamo provare. In realtà, è molto importante anche la reazione del cervello verso l’informazione che riceve. Esso, oltre a registrare i dati che provengono dal corpo, controlla la quantità del dolore che percepiamo. Sono molte le aree del cervello sono coinvolte nell’esperienza del dolore.

Nel 1965, due scienziati, Patrick Wall e Ronald Melzack, rilevarono che la quantità di dolore che va dal corpo al cervello attraverso il sistema nervoso, viene modificata quando entra nel midollo spinale. Una sorta di «cancello», a questo punto amplifica o riduce la percezione del dolore. I segnali di dolore arrivano al cervello solo se questo lo consente, aprendo il cancello quando i messaggi sono ritenuti importanti. Questo favorisce l’aumento della sensazione dolorosa. Ma il cervello può anche bloccare il segnale doloroso, chiudendo il cancello e rilasciando endorfine, le sostanze analgesiche prodotte dal nostro organismo.

La teoria di Wall e Melzack ha introdotto una nuova prospettiva su come il dolore possa venire condizionato da diversi fattori biopsicosociali. Nello specifico, i fattori sociali includono la cultura, le interazioni sociali e l’assunzione del ruolo di malato cronico. I fattori psicologici includono le convinzioni errate e lo stress emotivo. I fattori biologici includono la genetica, le disfunzioni fisiologiche e i cambiamenti neurofisiologici.
Da ciò, si evince che i fattori psicologici e comportamentali avranno una importante influenza sulla percezione del dolore. Ragion per cui, dovranno essere oggetto di particolari attenzione nella pianificazione del trattamento.

La terapia del dolore, cronico secondo molti clinici, dovrebbe prevedere, oltre alle terapie mediche e chirurgiche, un approccio cognitivo per eliminare le credenze errate (non guarirò mai!), un approccio familiare che eviti o riduca l’assunzione di un ruolo di malato a vita, e degli approcci basati sul rilassamento e la gestione dello stress. Fra questi ultimi, la psicoterapia, l’ipnosi, la visualizzazione guidata e la mindfulness, una forma di meditazione laica sempre più usata in medicina e in psicoterapia, costituiscono una validissima integrazione alle cure mediche e chirurgiche. Per questi motivi, lo psicologo-psicoterapeuta dovrebbe affiancare il medico nella cura algologica.

Qualche cenno sull’ipnosi, che conosco e pratico da molti anni. L’ipnosi può essere definita come un procedimento col quale una persona (il soggetto) viene guidata da un’altra persona (l’ipnoterapeuta), allo scopo di rispondere a delle suggestioni che possano produrre dei cambiamenti nelle sensazioni, nelle emozioni, nei pensieri e nel comportamento. Ovviamente, le modifiche riguarderanno anche la percezione del dolore. L’induzione ipnotica può portare a delle alterazioni dell’attività cerebrale, permettendo al soggetto di sentirsi più rilassato e allo stesso tempo più focalizzato. Cambia inoltre, il modo in cui i messaggi del dolore sono elaborati nel midollo spinale, riducendo o interrompendo l’attività delle aree del cervello che creano il dolore. Questo spiega perché l’ipnosi è stata usata per centinaia di anni: essa esercita dei reali, profondi e duraturi effetti sul dolore. Inoltre, con l’ausilio dell’autoipnosi, che i pazienti possono apprendere facilmente, si potranno produrre dei pensieri tranquillizzanti e rassicuranti, così da ridurre ulteriormente le sofferenze associate al dolore.Numerose persone possono apprendere l’autoipnosi per sentirsi più distese e serene.

Carmelo Pignatelli
Psicoterapia e Ipnosi Ericksoniana
Psicoterapia Individuale e Familiare

psicarmy@yahoo.it