Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Lunedì 20 Novembre 2017 - Aggiornato alle 16:15 - Lettori online 1153
RAGUSA - 11/05/2017
Attualità - L’ipocrisia della Vecchia Europa su un problema grave

Antidoto contro presunta "accoglienza appaltata"

Cosa fare per scongiurare e favorire la trasformazione dei flussi migratori da fiume in piena a torrente? Foto Corrierediragusa.it

Kodok è, oggi, una piccola città del Sud Sudan, nazione del Continente africano che in pochissimi conosciamo. Questo non può dirsi fra le vellutate moine della diplomazia di fine ‘800, che colloca Kodok, al tempo denominata Fascioda, nella Storia dell’espansionismo franco-britannico come «la sindrome di Fascioda»: l’esercito francese in Africa muoveva diretto a occupare Fascioda, che allo stesso momento era oggetto di cruenta repressione da parte dell’esercito britannico, che in quel territorio voleva esercitare influenza. La sindrome di Fascioda consiste nell’affermare un’influenza (francese) in aree che possono diventare suscettibili di altrui influenza (britannica). Kodok è uno di quei piccolissimi centri africani da dove ha inizio il problema immigratorio che attanaglia l’Europa, o meglio l’Italia. Kodok oggi è un luogo dilaniato da violenti scontri tra ribelli e truppe governative, dove la guerra civile è padrona del territorio. Il risultato? Colonne di civili sfollati attratte da Lampedusa, laddove i mercanti della presunta "accoglienza appaltata" si sfregano velocemente le mani grazie all’odore di succosi nuovi business.

L’ipocrisia della Vecchia Europa consiste nel tentare una soluzione quando i profughi sono già in mare in balia delle onde del burrascoso mediterraneo, problema ipocritamente delegato all’Italia, confine del territorio Eu. Il problema di Kodok o di altre cento o mille Kodok africane è noto agli analisti di Bruxelles, di Washington, di Pechino e di Mosca: i flussi di migranti verso la piovra mediterranea sono destinati ad aumentare nei prossimi anni. Ciò non solamente per l’affermazione dei gruppi jihadisti, veicolo di violenze e instabilità nei territori del continente nero, ma anche per l’indebolimento economico della regione sub-sahariana che include la Nigeria, che con i suoi 180 milioni di abitanti è la nazione più popolosa dell’Africa.

Cosa fare per scongiurare e favorire la trasformazione dei flussi migratori da fiume in piena a torrente? Come mai l’odierna diplomazia europea non rispolvera il fondamento della «sindrome di Fascioda», alla luce delle coincidenze significative che in Africa la Cina ha avviato un programma d’investimenti diretti a estrarre materie prime, che produrrà ricchezze e influenze sia nel continente nero che nelle economie di ogni parte del mondo? Com’è possibile che le diplomazie dei paesi più industrializzati sono dormienti di fronte all’espandersi della sindrome russo-cinese? Si tenga conto che in Africa opera alacremente anche la Russia, oggi protagonista assoluta di una penetrazione strategica ai fini militari. Perché i 193 paesi aderenti all’Onu sono sordi di fronte a questa tragedia umana? Non può e non deve sfuggire la constatazione che in Africa operano 2 nazioni d’influenza dominante: la Cina e la Russia, cioè 2 Paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu in qualità di membri permanenti.

Se il problema dell’immigrazione soddisfa, così come soddisfa, gli scopi e i principi a base dell’adesione all’Onu, perché il problema immigratorio è delegato solo ed esclusivamente all’Italia ? La Vecchia Europa può aspirare a guadagnarsi lo spazio per progettare una ricostruzione dell’Africa e fermare i flussi degli immigrati partendo dal cuore del problema, che rappresenta l’antidoto più efficace alla piovra mediterranea: favorire nel territorio africano la moltiplicazione della prosperità e del benessere diffuso.

* Collaboratore esterno Commissione Parlamentare Antimafia, già Ufficiale GdF