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Venerdì 24 Novembre 2017 - Aggiornato alle 0:31 - Lettori online 356
RAGUSA - 30/11/2016
Attualità - Un termine che si sta diffondendo in modo vertiginoso e trasversale

Il populismo ai nostri giorni nella società "mutante"

Emerge che il termine populismo/populista identifica una definizione individuale a seconda del suo approccio Foto Corrierediragusa.it

Nella grammatica populismo è sostantivo, elemento autosufficiente per la sostanza al concetto di cui si parla. Populismo è un termine che oggi si sta diffondendo in modo vertiginoso e trasversale a tutto il linguaggio parlato della politica non solo italiana, ambiguamente utilizzato a causa della perdita di specificità cui ogni concetto va incontro quando se ne dilata il corretto ambito di riferimento. A livello internazionale la vittoria di Trump a Presidente Usa, e prima ancora Italia dei Valori di Di Pietro, la successiva affermazione del M5S, e da ultimo la dirompente ascesa di Matteo Salvini nel panorama della politica italiana, sono tutte situazioni che spesso vengono commentate, descritte e accompagnate dal termine populismo, attribuendo ad esso un’accezione negativa perché, sostengono i commentatori, diretto a esaltare in modo demagogico e velleitario il popolo. Ho ritenuto proporre un sereno spunto di riflessione tramite questo articolo, al semplice scopo di contribuire a evidenziare il senso corretto da attribuirsi al termine populismo allorché associato ai protagonisti dell’attuale politica, che, al contrario di quello che viene veicolato dai commentatori, giornali e media, ha origini di assoluto valore positivo, poiché incardinato in principi e programmi ispirati al socialismo. Dalla lettura e riscontro nei vocabolari e dizionari della lingua italiana, emerge che il populismo è un movimento politico-culturale russo, che si afferma nella seconda metà del XIX secolo, e si ascrive a idee di comunismo rurale legate alla tradizione delle campagne russe.

Il movimento si affranca alla esigenze del popolo russo proponendo migliori condizioni di vita delle classi contadine e degli ex servi della gleba, attraverso un socialismo basato, come detto, sulla comunità rurale, in aperta antitesi alla società industriale occidentale. Si origina, quindi, il partito del popolo, movimento politico altrettanto presente anche nella società statunitense, che nel 1892 portava avanti le istanze dei contadini del Midwest in conflitto con l’emergere delle grandi concentrazioni politiche, industriali e finanziarie. Sia in America del nord che in Russia, il movimento affonda le radici nella lettura e vicinanza alle esigenze del popolo contadino, caratterizzandosi per una visione romantica di esso, il cui atteggiamento socio-culturale tende all’elevamento delle classi più povere senza una precisa forma e impostazione dottrinale, ma diffondendo la teoria del dovere degli intellettuali di mettersi al servizio del popolo. Nel corso degli anni diversi studiosi hanno proposto nuove definizioni del termine allo scopo di meglio precisare e definirne il significato, secondo i quali il populismo può essere inteso come un’ideologia secondo la quale al popolo sovrano (virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle elite e nemici diversi che attentano ai diritti, valori, beni, identità e possibilità di esprimersi.

Emerge, quindi, che il termine populismo/populista identifica una definizione individuale a seconda del suo approccio e interessi di ricerca, connotata dal forte legame carismatico tra leader e massa. Con sereno atteggiamento di pensiero logico-razionale, taluni studiosi delle scienze sociali argomentano che la nozione di populismo si ascrive a quelle situazioni storico-sociali dirette a spiegare i fenomeni politici passati, e non a descrivere e collocare il significato del termine all’attualità. D’obbligo appaiono, a tal fine, le domande dirette a comprendere se è da ritenere demagogico l’uso del termine populismo/populista da attribuire, con accezione negativa, a chi si interessa dei quotidiani problemi che affliggono e soffocano la gente comune in tema di mancanza di opportunità di lavoro per sé e per i propri figli (il popolo)?

Rilevare l’assenza di strategie volte a frapporre ostacolo al problema migratorio, causa nella gente comune (il popolo) l’emergere di disarmonie sociali, è dirsi populista demagogico? E’ populismo degenerativo denunciare il constatare l’assenza di misure destinate a confortare nella gente (il popolo) la percezione di un’adeguata sicurezza sociale e individuale? Impegnarsi a combattere la corruzione, forma perversa di inquinamento sociale che oggi si ascrive alla nuova mafia, che soffoca la ripresa economica dei territori (il popolo), ha qualcosa che si racchiuda nel populismo demagogico? Avviare una discussione in tema di contenimento dei benefici finanziari a favore della classe politica e dirigenti della macchina statale (una volta definiti «boiardi di Stato»), alla luce delle sofferenze sociali e personali della gente comune, quella gente comune ( il popolo) che non arriva a fine mese o scippata e violentata nei diritti al pensionamento (gli esodati), tutto ciò può dirsi populismo degenerativo?

Perché maliziosamente etichettare populismo/populista, demagogico o degenerativo, colui o coloro che denunciano l’esistenza di problemi sociali che la gente comune (il popolo) avverte e sopporta (fino a quando?) sulla propria pelle e su quella dei propri figli ? Sentire, registrare, denunciare e amplificare l’esistenza di gravi disarmonie economiche, che se non percepite ed elevate e dignitosa richiesta sociale divaricano sempre più la tenuta dello stato sociale, inducendo la gente comune (il popolo) a ribellarsi, sempre e comunque, alle forme di presenza e volontà statuale sui territori, tutto ciò è correttamente ascrivile al concetto di populismo degenerativo, oppure ascriverlo ad esso è si demagogico e strumentale per fini precostituiti ? Impegnarsi per sviluppare una politica di onestà che si contrappone agli sprechi e alle mancanze di opportunità per la gente comune (il popolo), è qualcosa che attiene al populismo demagogico?

Il populismo che la Storia ci tramanda, che è stato tale nell’Europa del 900 perché alimentato una tecnica e pratica politica fortemente emotiva diretta a cercare (meglio leggerlo imporre e rubare) il consenso delle masse/popolo, quel populismo oggi non appare coerente a fornire una valutazione di simmetricità fra i momenti storico-sociali messi a confronto. Porre oggi la questione in termini di populismo/populista è volutamente fuorviante, significa inserire nei ragionamenti e nelle riflessioni un distrattore, cioè una silente, ambigua ed errata direzione al dichiarato scopo di far deragliare la linearità del ragionamento di base.

Cosa c’e’ di negativo nell’avvicinare lo sguardo per vedere o porgere l’orecchio per sentire le reali istanze e invocazioni di aiuto da parte della gente comune (il popolo), quella parte di società che abita e vive nelle periferie delle città sempre più lasciate in mano al proliferare della criminalità urbana. Sommessamente ritengo che il disagio economico e poi sociale, accompagnato dall’assenza della qualità di vita attuale e in prospettiva, costituiscono gli elementi principali di quella crisi di rappresentatività e rabbia che nasce dal sentirsi traditi dalla politica sempre più lontana dalle reali esigenze della gente comune (il popolo). Più che parlare di populismo, non è più corretto rilevare il disagio e ascriverlo a rabbia economica ? Rabbia economica perché oggi la gente comune (il popolo) sopporta sulla propria esistenza i gradi di una vulnerabilità che conduce alla povertà e all’insicurezza esistenziale, condizione percepita tale in buona parte della nostra società. Vulnerabilità che attanaglia non solo chi è già povero, ma anche chi rischia di diventarlo. La lettura della realtà economico-sociale risiede nel fatto che la sua misurazione si basa sul livello di mancanza di opportunità di lavoro per i giovani, non disgiunta dalla povertà reddituale delle famiglie, che tutto si riduce in incertezza di futuro.

La rabbia che oggi pervade la nostra società è frutto del non-colore, poiché ancorata all’evidenza di un’economia che non riparte, all’insicurezza urbana che domina le città e suoi quartieri, alla finta gestione (questa si fuorviante e demagogica) del problema migratorio, aspetti che generano ondate di antipolitica che s’ingrossano via via sempre più. E’ una rabbia economica che chiede di essere ascoltata: essa proviene dal profondo della società formata dalla gente comune (il popolo), indipendentemente dalle etichette di originaria appartenenza. L’assenza di una reale e cosciente politica di ascolto dei problemi della gente comune amplifica la rabbia, perché la gente è costretta a sbrigarsela da sola. Tutto ciò può dirsi populismo degenerativo?

Oppure è demagogico da parte di taluni commentatori etichettare populista colui o coloro che avvicinano l’orecchio verso gli altri, la gente comune (il popolo), per ascoltare e raccogliere le loro istanze di miglioramento delle condizioni di vita, per sé e propri figli? No, tutto ciò non è populismo: è rabbia, profonda rabbia prima economica e poi sociale. Rabbia economica che chiede di essere veduta, ascoltata, compresa. E’ rabbia che chiede risposte, rabbia economica che chiede aiuto.

* Collaboratore esterno Commissione Parlamentare Antimafia, già Ufficiale GdF